Excerpt for Angie by Giuliano Bartolaccini, available in its entirety at Smashwords


GIULIANO BARTOLACCINI





ANGIE…





Copyright © Giuliano Bartolaccini

Novembre 2011





Prologo

Era la metà degli anni Ottanta. Spensierato, gioioso, allegro, immaginavo una vita piena di piacevoli sorprese. Erano anni nei quali non pensavo molto al futuro ma principalmente al divertimento. Una cosa però mi stimolava la mente: volevo "conquistare" l’America.

Quello era il mio sogno nel cassetto che inconsapevolmente mi perseguitava ogni giorno e si rafforzava ogni volta che ascoltavo la canzone del grande Eros Ramazzotti Siamo ragazzi di oggi. Quel sogno era nato dopo una relazione con una bellissima ragazza di Roma di nome Angelica, per me Angie. Da giovanissimi ci divertivamo come pazzi, la nostra felicità e il nostro legame erano fatti di sguardi, abbracci, sorrisi e mille parole sussurrate ma anche frasi non dette. Io non le dissi mai, o forse in quel momento non me ne accorsi, quanto fossi innamorato di lei. Così dopo la nostra separazione, una parte di me rimase attaccata a lei come un filo indissolubile.

I

Tutto iniziò tanti anni fa, durante le feste natalizie mentre mi trovavo nella discoteca del mio paese. Era il giorno seguente il S. Natale e sembrava una domenica come le altre: fuori il freddo pungente, lasciava spazio a un piacevole "calduccio" all’interno del locale. Indossavo dei jeans sorretti da una cintura "El Charro", nuova di zecca, una camicia bianca volutamente slacciata e degli scarponcini di camoscio. Verso le tre del pomeriggio in discoteca solo pochi giovani animavano la sala, la musica era soft e non c’era bisogno di gridare, come di consueto.

A un certo punto notai un’amica di Roma, Valentina, che si stava avvicinando con uno sguardo sorridente e un po’ malizioso. Lei, mora dai lunghi capelli lisci e con due occhi da cerbiatta, mi prese sottobraccio lasciando i miei amici sconcertati. Anch’io rimasi sorpreso da quel gesto e, con molta curiosità, la seguii.

Valentina aveva un sorriso smagliante, stampato sulle labbra anche per celare una leggera timidezza e un poco di imbarazzo.

"Ti devo far conoscere una persona, una mia amica di Roma", mi disse guardandomi negli occhi.

Salutai i miei amici con la mano e andai con lei. Scorsi la figura di Angie seduta su una delle tante poltroncine rosse vellutate che circondavano bassi tavolini in tek scuro: mentre mi avvicinavo a lei notai nei suoi occhi azzurri un certo imbarazzo, forse dovuto anche al fatto che aveva delegato Valentina per incontrarmi. Mi sedetti accanto a lei e Valentina ci lasciò soli.

"Ciao Angie", le dissi, girandomi verso di lei, accavallando le gambe.

"Ciao", rispose con sorriso teso, poi si girò dall’altra parte più per timidezza che per scorgere qualcosa o qualcuno.

Anche io, per la verità, ero un po’ impacciato in quanto non sapevo cosa volesse di preciso.

"Come stai?" le chiesi per rompere il ghiaccio.

"Bene, e tu?"

Mi rivolse lo sguardo e sorrise con il viso un pochino più disteso di prima.

Indossava un "Moncler" lungo fino alla vita, un maglione a girocollo color antracite, jeans "501" e Timberland invernali. I suoi lunghi capelli biondi mi fecero venire in mente alcune donne che avevo visto nei film di Boldi e De Sica. Dalla mia parte erano sciolti lungo il viso, dall’altra li aveva fermati sopra l’orecchio, con una mollettina dello stesso colore del maglione.

"Benone, allora cosa mi racconti di bello?" replicai.

"Beh, i miei genitori sono venuti a Montefiascone per passare le feste e oggi ho deciso di accompagnare Valentina. . .".

"In discoteca…", l’aiutai a terminare quella lunga frase, dopo averla vista in debito d’ossigeno.

"Ehm, in effetti."

D’un tratto si morse il labbro, perché la conversazione era divenuta un’imbarcazione ormeggiata al porto.

Iniziammo poi a parlare su argomenti di vario genere e a un certo punto, poiché Angie continuava a essere impacciata la guardai negli occhi e le diedi un bacio: lei non si sottrasse e rimase immobile con le mani delicatamente poggiate sulle gambe. Fu un bacio leggero a farmi capire che lei era inesperta.

"Lo sai… sei molto carina!" le dissi appena mi distaccai e lei arrossì nella penombra della discoteca che man mano si andava riempiendo di ragazzi venuti anche dai paesi limitrofi.

Mi sembrò di sentirle sussurrare: "Anche tu sei molto carino!", poi mi confessò che era la prima volta che si cimentava in un tale gesto.

Quel bacio per me fu indimenticabile, sentii un fremito provenire dallo stomaco e non capivo cosa fosse, non mi era mai capitato prima, forse perché anche io ero ancora molto giovane e poco esperto. Così dopo il primo, e il secondo bacio, iniziai a baciarla passionalmente, noncurante dei miei amici che ogni volta che ci transitavano davanti lanciavano sorrisetti beffardi. Nel mio cuore desideravo che quella sensazione che proveniva dallo stomaco, continuasse a farsi sentire sempre più forte, mi piaceva molto e non volevo che cessasse.

"Sei molto cambiata dalla scorsa estate!"

"Davvero?" replicò storcendo leggermente le labbra.

"Molto più bella, direi!"

"Grazie! In verità desideravo conoscerti da un po’ di tempo, però non ho mai avuto il coraggio."

"È quello che dicono tutte le ragazze."

"Cosa?"replicò spalancando i suoi bellissimi occhi azzurri.

Le feci l’occhietto per rassicurarla, poi mi avvicinai e la baciai nuovamente. Lei allora mi abbracciò e iniziò ad accarezzarmi il volto.

"Ti va di bere qualcosa?" le domandai dopo che ci eravamo staccati per riprendere fiato.

"Tu cosa prendi?"

"Io, fammi pensare", poi per un attimo guardai un punto immaginario. "Wisky e coca, ecco quello che prendo", dissi

"Ehm, per me va bene un’aranciata", mi rispose dolcemente.

"Sei sicura che non vuoi qualcosa di alcolico?" le chiesi.

Lei fece una piccola smorfia e io capii che in quel momento era un po’ indecisa.

"No, vada per l’aranciata."

Mi diressi al bar e salutai Italo che stava bevendo un cocktail con una ragazza al bancone.

"Come stai Conte?"

Così lo chiamavamo noi amici.

"Non vedi?" replicò sorridente mentre sorseggiava la bevanda accanto alla sua amica tutta vestita di nero.

Alzai il pollice verso di lui poi consegnai le due consumazioni al barista che dopo qualche istante le appoggiò davanti a me mentre I like Chopin dei Gazebo veniva mixata con Flesh For Fantasy di Bill Idol. Dopo averle prese andai da lei con quella stretta allo stomaco che cresceva sempre di più.

"Ti ho preso un Gin Tonic, va bene?"

Lei spalancò gli occhi e rimase a bocca aperta, poi sorrise e lo assaggiò poggiando lentamente il bicchiere sulle labbra, per sicurezza. Aveva capito che era un altro scherzo. Dopo averne bevuto un sorso, la invitai ad assaggiare la mia bevanda mentre accendevo una Marlboro, ma lei rifiutò.

"Ti va di ballare?" le chiesi.

"Per me va bene se rimaniamo qui."

Io, che non volevo altro rimasi volentieri, anche se la canzone di Bill Idol l’avrei ballata accanto a lei con molto piacere.

Continuammo a parlare e a baciarci, a brindare e ad abbracciarci per tutto il pomeriggio, poi a un certo punto, mi disse che suo padre sarebbe passato a riprenderla verso le sette di sera. Io guardai l’orologio da polso e mi accorsi che mancava poco all’ora che mi aveva detto.

"Ti accompagno fuori."

"Ma dove sarà Valentina?" mi domandò guardandosi attorno.

"Eccola là, vicino all’entrata."

Lei diresse lo sguardo in quella direzione e la vide. Poi entrambi prendemmo le nostre giacche e ci dirigemmo verso l’uscita passando in mezzo alla sala gremita di ragazzi che ballavano senza sosta dal primo pomeriggio.

"Come va?" domandai a Valentina, che guardava Angie con un sorriso malizioso.

"Bene, bene e voi?"

Guardai Angie per darle la parola.

"Benissimo", disse cercando di nascondere una leggera emozione.

Uscimmo dalla discoteca per raggiungere il luogo dove aveva appuntamento con suo padre. Fuori m’imbattei nello sguardo di due miei amici, appoggiati a una Ritmo Abarth mentre fumavano una sigaretta e notai che "ridevano sotto i baffi". Ammiccai per fargli intendere che avevo fatto colpo!

Valentina accelerò il passo per lasciarci soli mentre i bassi all’interno del locale effondevano le dolci note di Girls Just Wanna have fun di Cindy Lauper. Faceva molto freddo, così Angie si abbottonò il "Moncler" e io feci lo stesso con la mia giacca di pelle: poi prima di raggiungere la cima della salita ci fermammo a metà strada e lei mi diede un altro bacio.

Io l’abbracciai e le dissi: "Perché non mi lasci il tuo numero di telefono, così ci sentiamo?"

"Ok!" mi rispose mentre si passava una mano fra i biondi capelli.

"Aspetta qui, vado a prendere una penna dalla cassiera."

A passo svelto, ritornai all’entrata e chiesi una penna a Maria, la moglie del proprietario del locale, poi ritornai da lei e scrissi il numero su un foglietto di carta preso da dentro il portafoglio.

"Quando pensi di ritornare?"

"Ehm, non lo so… devo prima chiedere a mio padre."

Le accarezzai le guance sulle guance e la guardai dritto negli occhi.

"Mi piaci da morire… non vedo l’ora di rivederti."

Lei mi abbracciò nuovamente e mi diede un altro bacio appassionato.

Prima di andarsene mi accennò che non sarebbe tornata spesso a Montefiascone fino all’estate successiva: non fui contento di quella risposta, però sentii nuovamente quella sensazione provenire dall’interno che mi fece accelerare il battito cardiaco; era un’emozione forte, una di quelle che si hanno a quell’età!

Felice di come avevo passato quella splendida giornata, ritornai in discoteca per ballare un po’ con i miei amici prima di far ritorno a casa. Non avrei mai immaginato che quel pomeriggio freddo e grigio avrebbe avuto risvolti positivi, visto che quando ero uscito di casa mi sembrava, quella, una domenica apparentemente come tutte le altre: si rivelò, invece, la più bella della mia vita.

II

Il giorno seguente il desiderio di chiamarla mi tormentava la mente: volevo verificare che il numero che mi aveva lasciato era quello giusto. Così la sera decisi di farlo.

Mi rispose il padre. "Con chi parlo?" disse.

"Ehm, sono Giuliano, posso parlare con Angie?"

Per fortuna non mi chiese nient’altro. "Un attimo che la chiamo."

Quando udii la sua voce, l’apprensione che mi portavo dietro sparì all’istante.

"Ciao Angie, come stai?"

"Ah, ciao Lorenzo, benissimo. Lo sai che ti ho pensato molto?" mi disse senza quella timidezza che aveva avuto durante il nostro primo incontro in discoteca.

"Ehm, anch’io. Ma quando pensi di ritornare al paese?"

"Non so, sai quest’anno dovrò affrontare l’esame e dovrò studiare molto."

Parlava spedita e molto disinvolta, e ciò mi fece molto piacere. Per me essere fidanzato con una bella "romana" era molto emozionante, al contempo speravo di trascorrere più tempo insieme a lei anche se non sarebbe stato possibile, pazienza!

A Capodanno ritornai in discoteca con i miei amici, sperando che, da un momento all’altro, Valentina con Angie comparissero davanti ai miei occhi. Ma quella volta non successe e rimasi un po’ deluso. Anche se mi divertii molto con la mia comitiva, come facevo di solito, mi sembrò che mancasse qualcosa, ciò che desideravo di più: era Angie con le sue guancette rosse e i suoi occhi azzurri. La mia unica consolazione la ebbi quando la chiamai la sera per farle gli auguri.

Giunse la S. Pasqua e anche in quell’occasione ci incontrammo alle "Ginestre", un residence di nuova costruzione abitato prevalentemente da famiglie romane, dove lei risiedeva.

"Nei fine settimana vedo spesso tuo padre fare la spesa", le dissi, e lei rispose sorridendo.

"Sì, lui viene sempre, adora la vita del paese."

"E te, come te la passi a scuola?"

Si raggomitolò su se stessa come se non volesse rispondere e toccare quell’argomento.

"Potrebbe andare meglio, però...".

"Ho capito, sei una secchiona."

Sferrò un sorriso forzato. "No, no, anzi… non ho per niente voglia di studiare!"

"Ho capito, vuoi essere la prima della classe!"

A quel punto smise di ridere. "È che a volte faccio veramente fatica."

"Lo sai che ti sono andate via le guancette rosse che avevi quest’inverno?"

Sorrise imbarazzata e mi diede un bacio, evidentemente aveva rotto il ghiaccio e notai che era anche più disinvolta.

"Cosa fai di bello in questo periodo?" mi domandò.

"Aspetto che venga l’estate per stare insieme a te!" Arrossì.

"Mi piaci così tanto che anch’io non vedo l’ora", mi disse prima di regalarmi un profondo bacio.

"Mi sei rimasta fedele per tutto questo tempo?" le chiesi a bruciapelo dopo quel bacio mozzafiato.

"Cosa dici?"

"No, niente stavo scherzando."

Capì che era solo una battuta.

Quelle furono le ultime parole che mi disse di persona prima dell’arrivo dell’estate: contai i mesi, i giorni e a volte anche i minuti che mi separavano da lei.

Finalmente all’inizio di luglio si trasferì al paese per trascorrere il periodo estivo con sua madre, i due fratellini e con il padre, che tornava a Roma durante la settimana solo per lavoro. I suoi amici e amiche romane giunsero dopo qualche giorno.

"Come è andato l’esame?" le chiesi in una calda serata mentre eravamo seduti sui gradini di una villetta a guardare le stelle.

"Bene, sono stata promossa!"

Notai anche che il fisico adolescenziale dell’inverno aveva lasciato sbocciare un fiore di ragazza.

La baciai e lei contraccambiò senza indugi mentre quella stretta allo stomaco ricominciò a farsi sentire come nel primo incontro in discoteca. Lei era una ragazza bellissima: aveva i capelli biondi per via dei colpi di sole che, mi disse, faceva abitualmente e che sposavano benissimo con i suoi splendidi occhi azzurri. Aveva la pelle chiara e non si truccava, cosa che apprezzavo. Il corpo era snello e flessuoso come del resto anche quello delle sue amiche, tutte molto carine.

Passammo un’estate indimenticabile, tra balli in discoteca e baci sul muretto, nascosti da occhi indiscreti, oppure seduti al lato del jukebox ascoltando Gianna Nannini e i Duran Duran. Ero follemente innamorato di lei e pensavo che quei momenti magici sarebbero continuati per tutta la vita.

Purtroppo arrivò settembre e le nostre vite si divisero nuovamente: lei tornò a Roma e io rimasi a Montefiascone. Continuai a chiamarla con assiduità per mantenere un rapporto saldo aspettando l’arrivo del periodo natalizio. Durante quei mesi conobbi altre ragazze ed ebbi altre opportunità per divertirmi, ma le scartai a priori. Volevo solo lei: Angie. Ma non fu così perché esattamente un anno dopo il nostro primo bacio, nella stessa discoteca, il giorno di S. Stefano, lei mi prese da parte e mi disse: "Forse è meglio che ci lasciamo…"

Non volevo credere alle mie orecchie.

"Cosa c’è che non va? Perché non vuoi stare più con me?" le domandai, cercando di scorgere il suo sguardo che non trovai.

"Ho voglia di stare un po’ da sola."

Quel giorno avevo notato in lei qualcosa di diverso da quando era entrata in discoteca con la sua amica Roberta. Iniziai così a chiederle le motivazioni di questa decisione, senza però ottenere nessuna risposta valida. Dopo poco tornai pensieroso dai miei amici, lei, invece, dalle sue amiche che erano venute in vacanza per quel periodo.

Non contento di quello che mi aveva detto, la guardai mentre ballava, la seguii quando andava in bagno e la osservai per tutto il pomeriggio, cercando di capire cosa le fosse successo. In tarda serata la vidi uscire con un bel ragazzo di un paese vicino Montefiascone. Non riuscii a credere ai miei occhi, corsi fuori e la vidi che si stava allontanando abbracciata a lui. Accesi una sigaretta mentre la macchina si avviava fuori dal parcheggio.

Fu per me un colpo al cuore e quel momento rimase impresso nella mia memoria in modo indelebile per tutta quella sera e per molto tempo ancora. La sensazione allo stomaco si trasformò lentamente in dolore e sofferenza.

Fu allora che scoprii lo scopo della mia vita: riconquistarla e trascorrere con lei il resto della mia esistenza, perché era proprio lei la persona che avevo sempre desiderato. Ma c’era un fattore molto importante che mi ostacolava: la mia ambizione e il desiderio di trovare un lavoro che ci garantisse di vivere dignitosamente con la nostra felicità. Non volevo che quella storia iniziata l’anno precedente terminasse con un "Ho voglia di restare un po’ da sola", cosa non vera. Fu allora che d’un tratto mi ritornò vivo il sogno nel cassetto.

III

La vita continuava e nel tempo libero mi dedicavo a una delle mie passioni: il calcio. Ero un discreto giocatore fra gli allievi del "Tuscania", una società sportiva dell’omonima cittadina situata a circa venticinque chilometri da Montefiascone. Quasi ogni giorno ero costretto a percorrere parecchia strada per potermi allenare, ma la voglia di dimenticare quella "separazione" faceva passare in secondo piano le mie fatiche.

Il 2 gennaio, ricevetti una telefonata da parte di un dirigente della società sportiva che mi invitava ad andare a Roma a fare gli allenamenti con la prima squadra che militava nel campionato interregionale. Rimasi piacevolmente sorpreso dall’interessamento di Mister Petrelli, che iniziai ad allenarmi così intensamente nell’attesa del debutto in serie D a soli sedici anni e mezzo.

Era una splendida giornata primaverile e il campo da gioco era in ottime condizioni. Giocavamo "in casa" contro il "Fondi" e alla fine del primo tempo, il Mister mi chiamò: "Lore, scaldati!" disse.

Così mi chiamava, abbreviando il mio nome. Io lo guardai incredulo, perché non mi aveva avvisato del fatto che sarei entrato.

Invece di rientrare negli spogliatoi con gli altri compagni iniziai il riscaldamento dietro la porta più lontana dalle panchine e dal pubblico da dove si levarono i primi mormorii. C’erano molte persone del mio paese venute a vedere la partita e questo mi rendeva molto nervoso. Le gambe tremavano così forte che non riuscivo a concentrarmi sul riscaldamento mentre qualche voce, che mi chiamava, si levava sempre più viva. Entrai come secondo attaccante e poco prima del fischio dell’arbitro non sentivo ancora le gambe, ma una volta sul terreno di gioco iniziai a correre più forte che potevo per dimostrare la mia destrezza. La partita finì in parità: 1-1 e, anche se non ero riuscito a segnare, ero molto soddisfatto perchè avevo dato il cento per cento. Inoltre, con grande sorpresa, ricevetti i complimenti sinceri dell’allenatore.

Durante il campionato giocai altre partite, una anche da titolare. Alla fine del torneo ringraziai il Mister, per aver creduto in me e per avermi trasmesso insegnamenti morali oltre che tecnici.

Grazie al calcio superai quel momento di debolezza e dimenticai quella bella ragazza di cui mi ero innamorato. Poi, con l’arrivo dell’estate, cercai di divertirmi come un pazzo ma non fu facile in quanto io e Angie avevamo molti amici in comune: a volte ci imbattevamo l’un l’altro senza neppure salutarci. Ero stato io a prendere quella posizione, perché avevo molto sofferto.

In quel periodo, dopo aver conseguito il patentino per ciclomotori, mio padre mi regalò un "vespone" celeste metallizzato, nuovo!! Per me fu una felicità immensa!

Un giorno mentre salivo sulla mia vespa, parcheggiata vicino al bar delle "Ginestre", notai Angie che usciva dalla strada laterale con i suoi capelli biondi che ondeggiavano sospinti dall’aria calda. Mentre ero in procinto di partire, lei si avvicinò.

"Ciao Lorenzo, come stai?" mi domandò sorridendo.

Tolsi il cavalletto e la guardai.

"Bene!" le risposi mimando un sorriso pieno di tristezza. "Adesso vado", continuai girando la manopola del gas prima di partire.

Anche se avevo saputo che si era lasciata con quel ragazzo dell’inverno passato, dopo quella breve conversazione, d’istinto pensai di tenermi alla larga, invece, dopo pochi metri decisi di cambiare strategia. Mi fermai allo stop e mi voltai: una parte di me non voleva incontrare i suoi occhi, ma non fu così. Il riflesso di me stesso era stampato nei suoi occhi azzurri. Ci fu un momento, direi un istante, di imbarazzo per entrambi, prima di ripartire ognuno per la sua strada. Quell’episodio mi fece capire che forse avevo ancora una possibilità di riconquistarla.

Sul finire degli anni Ottanta, terminati gli studi, compiuti i diciotto anni, presi la patente di guida e appena ultimato l’esame, pensai di andare a Roma con Clelio, un mio amico di Montefiascone, a trovare Angie. Ero ancora molto legato a lei ma, forse per paura o per incoscienza, cercavo di non esagerare e di considerarla semplicemente un’amica: che errore!

Partiti per Roma nel primo pomeriggio verso le sedici arrivammo a Monterosi, dove facemmo sosta a un distributore di benzina per fare il pieno alla Ford Fiesta rossa che avevo preso in prestito da mio padre. Una volta terminata l’operazione, presi qualche spicciolo dalla tasca e mi diressi alla cabina telefonica. Inserii le monete nella fessura e digitai il numero che ricordavo a memoria.

"Ciao Angie, come stai?" le domandai velocemente.

"Con chi parlo?"

"Sono Lorenzo!" replicai aspettando un piccolo segnale.

"Ah… ciao Lorenzo, bene e tu?"

Il segnale fortunatamente giunse quando udii la sua voce felice.

"Benone, ho appena preso la patente di guida e sto venendo a Roma…"

"Come mai da queste parti?"

"Sono con Clelio e abbiamo pensato di fare un giro nella capitale per festeggiare!"

"Ah, bene…", continuò un po’ sorpresa.

"Se vuoi, ti passo a salutare!"

Avevo così voglia di incontrarla che non pensai minimamente come l’avesse presa.

"Sai come arrivare a casa mia?"

"No, però chiederemo. Tra un’ora al massimo saremo da te."

Avevo cercato nell’arco degli anni di dimenticarla, ma quel filo che mi aveva legato a lei dal primo momento che l’avevo incontrata ancora non si era spezzato. Era quello che avevo sempre sognato e sapevo benissimo che riconquistarla sarebbe stato un compito arduo ma non impossibile.

Arrivammo a casa sua verso le cinque e mezza: andai al portone e suonai.

"Scendo subito", mi disse.

Feci un lungo respiro e ritornai da Clelio che mi aspettava in macchina.

Dopo qualche minuto apparve fuori del portone: diede uno sguardo in ambo i lati e si diresse verso di noi. Indossava una maglietta celeste della Lacoste, un paio di pantaloni jeans estivi e le classiche Superga bianche, i capelli erano sempre biondo chiaro e i suoi occhi erano dello stesso colore del cielo. Un motorino sfrecciò vicinissimo a noi e mi fece ritornare alla realtà. Gli lanciai uno sguardo cattivo.

"Ciao ragazzi, come state?" ci disse, poi ci salutò dando un bacio sulla guancia a ognuno di noi.

"Ah, benissimo! Da oggi siamo finalmente liberi, guarda qua!"

Le mostrai il foglio rosa con il timbro dell’esame appena sostenuto che non sostituiva del tutto la patente, ma che per quel giorno sarebbe stato sufficiente.

"Che "figata", rispose sorridente.

"Cosa fai di bello?" le chiesi.

"Le solite cose, studio e più tardi esco con le amiche."

"Questa sera… hai qualche programma?" le chiesi a bruciapelo.

Lei fissò lo sguardo su un cane che abbaiava portato al guinzaglio dal padrone, poco distante da noi.

"Per dire la verità, ho un appuntamento. . .".

"Ah, va bene… allora noi proseguiremo il giro."

"Devo andare al compleanno di una mia compagna di classe...".

"Non ti preoccupare, noi volevamo solo fare qualcosa di diverso."

Cercai di consolarla, anche se il mio pensiero era stato un altro. Dopo i saluti, lei tornò a casa e noi proseguimmo il giro andando a festeggiare al "New Line", una discoteca di Orbetello.

Nello stesso periodo iniziai anche a lavorare a Montalto di Castro presso un’impresa elettrica e lì cominciai a guadagnarmi i primi stipendi. Mi sentivo importante, già così grande e adulto da potermi mantenere da solo. Ma quell’occupazione durò poco tempo, perché dopo appena quattro mesi dalla mia assunzione, l’azienda dove lavoravo fu costretta a interrompere il lavoro a causa di un referendum nazionale e lasciò tutti noi dipendenti in cassa integrazione. Ricordo che era il mese di dicembre e fortunatamente, per tutto l’anno successivo, fui regolarmente pagato senza lavorare. Passai uno degli anni più belli della mia vita. Ero ormai maggiorenne, avevo "quattro soldi" in tasca che mi permettevano di muovermi liberamente e spendere come meglio volevo, così pensai solamente a divertirmi e a godermi la vita in attesa del servizio militare.

Ma prima di ciò giunse il diciottesimo compleanno di Angie: qualche giorno prima mi chiamò per sapere se volevo partecipare. Senza ombra di dubbio accettai l’invito e subito dopo pensai di regalarle qualcosa di originale, di unico. Cercai nell’album dei ricordi una sua fotografia e dopo averla trovata mi sedetti al tavolo e presi carta e matita per farle un ritratto. Impiegai diversi giorni, lavorando intensamente per ottenere il meglio della mia umile vena artistica! Ma, alla fine, era proprio lei. Gli occhi li avevo voluti colorare di un celeste chiaro, un bel risalto sul grigio chiaro-scuro del carboncino.

Il giorno del compleanno, a metà gennaio, mi diressi a Roma: mi ricordo che era una giornata abbastanza rigida e allo stesso tempo soleggiata. Giunto davanti al suo edificio feci un lungo respiro prima di suonare il campanello.

"Ciao Angie, sono Lorenzo."

"Ah, ciao, sali pure."

Nello stesso istante udii il click della serratura del portone sbloccarsi. Mi aggiustai la giacca e spinsi la porta in avanti prima di salire sull’ascensore che mi avrebbe portato fino al terzo piano.

Lei mi aspettava sull’uscio di casa e quando la vidi, rimasi sorpreso del suo abbigliamento: il lungo abito nero con una generosa scollatura sul davanti evidenziava il suo seno.

"Auguri", le dissi, poi la baciai sulla guancia.

"Grazie", mi rispose sorridente.

"Finalmente maggiorenne…, eh!"

"Per dire la verità ancora non mi ci sento."

"Vedrai, tra poco ti ci dovrai abituare."

"Immagino proprio di sì."

Mi disse che poi saremmo andati a casa di una sua amica per festeggiare il compleanno. Così mentre lei terminava di preparare alcune cose, io salutai i suoi genitori: dopo poco ci avviammo nell’altra casa, dove c’erano ad aspettarla tutti gli altri invitati. La maggior parte di loro erano ragazze, tutte molto carine, poi c’erano anche alcuni amici!

Le porsi il mio regalo con allegato un bigliettino d’auguri: lei lo lesse e successivamente lo aprì. Quando guardò il mio "capolavoro", mi regalò un affettuoso bacio, anche se in quel momento era "fidanzata" con un ragazzo della scuola che frequentava.

"È il più bel regalo che potessi ricevere!"

La ringraziai con gli occhi, pensando di aver fatto centro.

"Lo attaccherò nella mia cameretta", mi disse, platealmente, in modo che tutti sentissero.

Era il posto più adatto dove poterlo custodire, così potevo starle vicino tutti i giorni come avevo sempre sognato.

Dopo quell’incontro… potevo anche partire per la naja! Infatti, in una mattina di fine gennaio, ricevetti la "famigerata" cartolina precetto: avrei prestato servizio militare come Bersagliere, nella caserma di Albenga. Non ero molto sicuro che la vita militare facesse per me, ma visto che era d’obbligo "servire la Patria" pensai che fosse meglio cercare di viverla in modo ottimistico!

La fortuna volle che insieme a me, partisse anche Claudio, un amico di Montefiascone, con il quale mi accordai per la partenza. Nel gelo dei primi giorni di febbraio partimmo per la Liguria e una volta arrivati a destinazione non ci sembrò vero di essere lì. In quel periodo avevo i capelli molto lunghi e appena il caporale vide la mia capigliatura, mi condusse subito dal barbiere. Uscii con un "graziosissimo" taglio "a spazzola"!!!

Iniziò il CAR, ogni giorno correvamo e cantavamo dalla mattina alla sera come dei veri bersaglieri, questo per tutto il primo mese, prima del giuramento. Alla fine del mese noi "reclute" arrivammo esausti, ma, a distanza di tanti anni, devo ammettere che riuscii anche a divertirmi.

Certo, era anche molto faticoso, non soltanto perché correvamo sempre, ma anche perché dormivamo in letti "di fortuna", li chiamerei proprio cosi! A pranzo poi non si mangiava mai… i pasti della mensa erano tutto fuorché commestibili! Aspettavamo quindi la sera per uscire e andare a mangiare in qualche trattoria o pizzeria della cittadina.

Per il giuramento vennero mia madre Ada, mia sorella Amelia e suo marito. Si aggregò a loro anche Clelio, che stava facendo il servizio militare a Venezia, ma in quei giorni era in licenza. Eravamo molto amici a quei tempi e mi fece molto piacere vederlo arrivare per assistere al mio giuramento.

La partenza e la partecipazione alla vita militare mi fecero molto bene, anche se mio padre cercò di convincermi ad avvicinarmi a casa, io cercai di evitarlo in tutti i modi. Volevo fare quell’esperienza lontano da casa.

Sicuramente meno felice e meno fortunato fu Claudio, anche lui assegnato nel mio stesso battaglione ma che era fidanzato da tre anni con una ragazza di Viterbo con la quale, dopo il servizio militare, avrebbe voluto sposare. Non faceva altro che parlarmi di lei, di quanto ne fosse innamorato e quanto le mancasse ogni giorno di più. A lui il distacco fece molto male.

Dopo il giuramento, Claudio fu trasferito all’Ospedale Militare di Torino, io invece, rimasi ad Albenga per altri tre mesi. Poi, un bel giorno, andai in Compagnia Comando e chiesi il trasferimento a Pordenone che era la mia destinazione finale.

"Perché vuole andare in quel posto squallido?" mi domandò il Maggiore.

"Vede Maggiore, sono tre mesi che non faccio nulla d’interessante in questa caserma e penso che sia meglio andare via", risposi rimanendo sull’attenti.

"Lo sa cosa l’aspetta da quelle parti?" mi chiese incuriosito.

"No, però non me la sento di continuare a fare il "disponibile" in questa caserma."

"Ho capito, allora mi faccia parlare con Pordenone e quando sarà tornato dalla licenza la farò trasferire", risposi con un semplice "comandi" e ritornai a… fare niente.

Appena uscito da quell’ufficio sentii i microfoni esterni che m’invitavano a tornare in Compagnia Comando. Mi precipitai dal Maggiore che mi fece sedere e con aria quasi paterna mi domandò: "Lei ha mai lavorato in ufficio?"

Lo guardai e capii subito che dovevo giocarmi quella carta nel miglior dei modi.

"Effettivamente no, però ho aiutato più volte i colleghi durante il reclutamento di nuove leve. Conosce tutte quelle pratiche burocratiche dei nuovi arrivi…"

Lui capì al volo, però mi diede una chance.

"Va bene, quando tornerà dalla licenza la farò trasferire all’Ospedale Militare di Torino."

Non fui certo di ciò che avevo sentito e rimasi incredulo. In fondo sarebbe stato sicuramente più semplice che continuare a correre e correre e correre ancora per il resto dell’anno.

"Mi può dire cosa andrò a fare di preciso a Torino?" gli chiesi con aria interrogativa e un po’ di tensione sul viso.

"Andrà a ricoprire un posto in ufficio", mi rispose con un sorriso smagliante.

Non potevo crederci! Ero felicissimo anche perché a Torino avrei ritrovato Claudio e non avrei avuto difficoltà ad ambientarmi, così ricambiai con un sorriso altrettanto smagliante prima di uscire dal suo ufficio.

Tornai a casa per una licenza di quattro giorni e una volta rientrato ad Albenga, passai la notte in caserma poi, nel primo pomeriggio del giorno seguente indossai l’alta uniforme e, con lo zaino a spalla e una grande borsa a mano, mi feci accompagnare alla stazione ferroviaria, dove salii sul treno, destinazione Ospedale Militare di Torino.

Arrivato nel capoluogo piemontese in tarda sera, non riuscii a rintracciare Claudio.

La mattina seguente, però, lo andai a cercare nella sua "camerata": nel vedermi, rimase incredulo e arrossì.

"Ehi, che fai da queste parti? Ti hanno per caso ricoverato?" mi domandò con occhi spalancati e assonnati allo stesso tempo.

Era così contento di vedermi lì che quasi si commosse.

"No, non ti preoccupare, sono venuto qui per lavorare", gli risposi con voce concitata.

"Non ci posso credere!"

"Sì, è così, ma non so dove di preciso."

"Va beh, non fa niente, poi ci organizzeremo!"

Gli diedi una pacca sulla spalla e lui sorrise.

"Adesso c’è l’adunata, dai andiamo."

Lo seguii e dopo l’adunata facemmo colazione insieme, poi lui si diresse al lavoro nel suo ufficio e io rimasi ad aspettare in Compagnia Comando fin quando qualcuno mi dicesse cosa fare. Verso le dieci del mattino mi presentai dal Colonnello Matturro: lui era l’ufficiale che aveva richiesto un soldato al Maggiore con cui avevo avuto il colloquio ad Albenga la settimana prima.

L’ironia della sorte volle che proprio quando chiesi il trasferimento a Pordenone un militare dell’ufficio accettazioni di Torino doveva essere trasferito all’ospedale militare di Genova per motivi familiari, così mi ritrovai nello stesso ufficio dove lavorava Claudio.

Quando il Maresciallo venne a prendermi per accompagnarmi sul posto di lavoro, Claudio rimase a bocca aperta per quella fortunata coincidenza.

"Non ci posso credere!" esclamò sorridente.

"Piglia in cul…, cosa c’è da ridere?" domandò lo scorbutico Maresciallo, quando sentì quell’esclamazione non essendo a conoscenza della nostra amicizia.

"Niente, signor Maresciallo, niente", replicò Claudio, distogliendo lo sguardo e riportandolo sulla scrivania.

Eravamo due ragazzi del "viterbese" partiti lo stesso giorno a fare il servizio militare: dopo il CAR ci eravamo ritrovati nella stessa caserma e nello stesso ufficio in una grande città come Torino! Quando il Maresciallo uscì dall’ufficio, come faceva di consuetudine, Claudio mi presentò agli altri quattro militari, poi chiacchierammo a pranzo e dopo cena. Nei primi giorni Claudio m’insegnò a lavorare in quell’ufficio, mi disse anche che noi, addetti a quelle mansioni, eravamo esenti da tutti i servizi all’interno dell’ospedale. Inoltre, e questa era la notizia migliore, mi riferì che alla sera potevamo rientrare a qualsiasi ora. Rimasi sorpreso da tutto ciò, neanche mi sembrava di fare il militare, ma di essere un normale cittadino che lavorava in ufficio. Infatti, era proprio un orario d’ufficio: dalle otto del mattino alle due del pomeriggio. Poi, uno di noi a turno, rimaneva fino alla sera. Visto che eravamo in cinque, avremmo fatto un turno ciascuno a settimana. Non avrei potuto pretendere di più!

Gli altri commilitoni erano tutti bravi e disponibili sul lavoro, tranne un ragazzo di Roma che era un po’ matto, diciamo introverso, però lo tenevamo caro perché ci difendeva in camerata quando venivano i "nonni" a darci fastidio: in pratica li prendeva a cazzotti in faccia.

Un altro collega d’ufficio era Luca e proveniva da Torino, in pratica, faceva il militare a casa, però era un ragazzo molto simpatico, fraternizzai con lui immediatamente: tra l’altro, arrivata l’estate, per i fine settimana liberi partivamo con la sua jeep per andare al mare, a Camogli. Questo per tutto il mese di luglio. Durante uno di questi week-end conoscemmo due ragazzi olandesi che ci invitarono a raggiungerli nella loro città ad agosto. Luca si sarebbe congedato l’8 agosto, per questo era libero di andare dove voleva, ma io avevo ancora sei mesi di "naja" davanti. Per di più, durante il servizio militare di leva, era vietato espatriare. Questa situazione un po’ mi deprimeva, perché forse non avrei avuto un’altra occasione per andare in Olanda, ospite di alcuni amici: tuttavia Luca mi disse che il Colonnello Matturro era buono e che se avessi provato a chiedere la licenza ordinaria di dodici giorni, che ci spettava di diritto, forse sarei riuscito a ottenere il permesso. Così, un giorno presi coraggio e mi recai dal Colonnello per chiedergli l’autorizzazione.

"Piglia in cul... , lo sai quello che mi stai chiedendo?"

Abbassai lo sguardo dopo le sue urla e rimasi sull’attenti.

"Sì, lo so, però sa…."

Era uno che strillava sempre, ma sotto sotto ci voleva bene.

"Quando ti serve sta’ licenza?"

Alzai lo sguardo stupito.

"Beh, noi pensavamo di partire nei primi giorni di agosto."

Storse la bocca e iniziò a cercare qualcosa sopra la sua scrivania, poi si passò la mano sulla sua capigliatura grigia chiara, prima di proseguire.

"Portami al più presto l’indirizzo di dove vai e il numero di telefono, piglia in cul…", borbottò senza rivolgermi lo sguardo.

"Agli ordini signor Colonnello", risposi prontamente e uscii ancora incredulo.

Ero dubbioso ma lui mantenne la promessa. Presentai la richiesta, me la firmò e ci preparammo per la partenza.

La sera del 9 agosto eravamo già in viaggio: alle otto salimmo sul primo treno da Torino a Milano e verso le dieci su quello per l’Olanda dove viaggiammo tutta la notte per dodici ore di fila fino ad Amsterdam. Dalla città dei tulipani, chiamammo Peter, uno dei due ragazzi che ci avevano invitato il quale ci disse di prendere un altro treno e raggiungerli a Grooningen, una cittadina nel nord dell’Olanda.

Arrivati a destinazione, piuttosto stanchi ma felici della nuova avventura, ci portarono subito in una birreria, dove ci "scolammo" una dozzina di birre ciascuno. Luca, che non aveva mai bevuto prima, si ubriacò prima di me, ma passammo una bella serata.

Nei giorni successivi ci fecero visitare la città: era molto tranquilla e pulita e la gente molto cordiale. I tetti delle case erano spioventi e le finestre delle abitazioni senza cortine, il che facilitava la visione di chi c’era dentro. Per noi era una novità assoluta, infatti quando ritornavamo a casa durante la notte, a volte si vedevano le ragazze che si spogliavano e… non avevano nessun timore di esser guardate! Per non parlare delle sigarette truccate che ci fumavamo e che ci regalavano giornate piene di risate.

Dopo una settimana ci spiegarono come arrivare nelle isole olandesi che ci avevano descritto come un posto in cui c’era molto divertimento. La mattina prendemmo prima il treno, poi la nave per raggiungere quell’isola. Ci fermammo circa una settimana e in così poco tempo, forse per la nostra esuberanza, ma soprattutto per la nostra ignoranza della lingua, diventammo le mascotte del camping, tutti ci cercavano e ci fermavano per chiedere qualcosa, fu una settimana entusiasmante.

Tornati a Grooningen, dovevo assolutamente ritornare in caserma perché erano scaduti i dodici giorni di licenza, ma stavamo talmente bene, che mi venne la brillante idea di "marcare visita" all’estero, adducendo una distorsione alla caviglia. Il dottore di Peter mi fece un certificato medico nel quale spiegava che non potevo camminare. Ciò di cui nessuno si rese conto, fu che questo certificato era stato scritto completamente in olandese perciò, quando tornai in caserma a spiegare il motivo della mia assenza, il Colonnello si arrabbiò molto con me, dicendomi che non credeva affatto alla mia versione.

"Piglia in cul…, che cosa è questo pezzo di carta?" disse urlando appena glielo appoggiai sulla sua scrivania.

"Ehm, è il certificato medico."

Lui mi guardò storto e lo gettò per terra.

"Adesso ti tolgo cinque giorni di licenza e vai subito a fare una lastra alla caviglia, capito?" disse continuando a urlare. "Poi se non hai nulla di ciò che hai dichiarato ti ficco dentro: cinque giorni di rigore!"

Lì per lì, rimasi paralizzato poi una volta uscito mi diressi verso il reparto di ortopedia.

Alcuni anni prima, avevo avuto un grave incidente a un legamento della caviglia destra durante una partita di calcio e pensai di usarla come scusa. Fortunatamente, arrivato al reparto ortopedico, vidi che c’erano molti militari in fila per una visita: un mio amico che lavorava lì mi disse di tornare più tardi o un’altra volta, seguii il suo consiglio e tornai a lavorare in ufficio come se niente fosse successo.

Dopo tre o quattro giorni, passeggiando in Via Roma, al centro di Torino, mi sentii chiamare da un ragazzo che lavorava in Compagnia Comando. Mi avvicinai e lui mi rivelò che il Colonnello mi aveva restituito i cinque giorni di licenza che mi aveva tolto e che mi aveva fatto risultare in malattia. Naturalmente ne fui molto felice e dissi a tutti che Matturro era veramente bravo nei nostri confronti, anche se in servizio gridava spesso e volentieri.

Nel frattempo a Claudio le cose non andavano proprio per il verso giusto. La sua ragazza, infatti, lo stava lasciando a causa della troppa lontananza. Non voleva restare a casa ad aspettarlo, così, tra un avvicendarsi di alti e bassi, dopo qualche mese si lasciarono. Per Claudio fu un colpo molto duro e io cercai di restargli molto vicino, incoraggiandolo. Lui mi ringraziò molte volte durante tutto il periodo della "naja".

Io, invece, durante tutto l’anno rimasi in contatto con Angie. Ogni volta che mi giungeva una sua lettera aspettavo la sera per leggerla sdraiato sulla mia branda pensando a lei, la nostra amicizia era proprio intensa e sincera.

Alla fine di gennaio del 1990 ci congedammo dal servizio militare e tornammo di nuovo a casa.

IV

La fine della "naja" per me e Claudio fu una liberazione sotto molti aspetti, in primis per gli affetti: infatti, appena ritornati a casa, cercai di ristabilire le amicizie, lui invece dopo pochi mesi si fidanzò con una compagna di classe della mia sorella minore, che successivamente sposò.

Con il congedo in mano ripresi la mia vecchia occupazione, anche se continuai a restare in cassa integrazione, visto che il lavoro a Montalto era ancora bloccato. Fortunatamente il servizio militare non faceva perdere il posto di lavoro ma, a differenza dell’anno prima, in quel periodo ci pagavano ogni sei mesi, quindi iniziai a fare tanti lavoretti, più e meno pesanti, per sbarcare il lunario.

I miei genitori, esaudendo un mio sogno, mi comprarono una Golf usata: un po’ per provarla, un po’ per impratichirmi con la "mia" macchina, in quel periodo iniziai ad andare spesso a trovare mia sorella Amelia. Lei abitava a Tuscania, dove tra l’altro io avevo giocato a calcio qualche anno prima: un giorno mi fece notare una giovane e bella ragazza, di nome Clara, che abitava poco distante dalla sua abitazione.

Clara era tre anni più giovane di me e molto carina, così iniziai a farle la corte. Uscivamo sempre insieme e giorno dopo giorno mi avvicinavo a lei sempre di più finché, dopo qualche mese, ci fidanzammo ufficialmente. All’inizio era tutto bello per me, perché avevo trovato una ragazza molto dolce e che non aveva avuto esperienze: infatti, per alcuni aspetti era molto ingenua, ma a me piaceva così com’era.

V

Terminati i mondiali di calcio con una tremenda batosta in semifinale, il 24 luglio, si presentarono a casa mia i due Peter olandesi. Arrivarono a mia insaputa, facendomi una grande sorpresa. Volevano ripartire per Camogli dopo due o tre giorni, ma li convinsi a restare almeno una settimana per sdebitarmi della loro ospitalità dell’anno precedente. Li portai in giro per il Lazio a visitare diversi paesi e città, tra cui Roma. Rimasero molto colpiti dalla bellezza dei monumenti della "città eterna" e si divertirono molto nel sentire l’accento romanesco, tipico di alcune zone della città. Dopo circa una settimana ripartirono.

A quel punto mi venne il desiderio di ritornare un’altra volta in Olanda, dalla quale ero rimasto affascinato. Andai da Clelio e lo invitai a venire con me, lui prese la palla al balzo e, dopo appena due giorni, preparate le valige, partimmo per l’Olanda.

Clara sicuramente non fu entusiasta della mia decisione, ma nemmeno troppo dispiaciuta, perché comprese il mio bisogno di distrarmi un po’ dopo il servizio militare.

Il viaggio in Olanda fu un’altra avventura. Il nostro intento era di andare nello stesso camping delle isole, ma c’era un piccolo problema: eravamo partiti senza la tenda. Arrivati nella città dove ci saremmo dovuti imbarcare, cercammo un negozio per campeggiatori, dove trovammo l’ultima tenda disponibile a tre posti: sembrava fatta proprio per noi, così la comprammo subito.

Contrariamente all’anno precedente, l’isola era semideserta. Clelio, scherzandoci sopra, mi rimproverava in continuazione per l’idea di quel viaggio. Inoltre anche il tempo non fu dei migliori: pioveva spesso, perciò eravamo costretti a restare chiusi in tenda per ore. Nonostante tutto conoscemmo molte ragazze, ma essendo fidanzato non volli uscire con nessuna, lasciando campo libero a Clelio che ne approfittò. Scrissi diverse cartoline a Clara e una anche ad Angie, tanto per ricordarle che la nostra amicizia era ancora viva.

Ritornato dalla vacanza, ripresi a frequentare Clara, mi stavo innamorando ogni giorno di più e questo valeva anche per lei, eravamo ancora giovani ma già pensavamo a un futuro insieme, immaginandocelo meraviglioso. Io e te, te e io e così via.

Clara lavorava in un supermercato di Tuscania, ma poco dopo questo fallì e lei si ritrovò senza lavoro. Visto che ci aveva lavorato per circa tre anni e conosceva bene le possibilità di vendita di quel negozio, mi convinse a prendere una licenza per il commercio in modo da poter rilevare quell’attività. Dopo aver sostenuto l’esame presso la Camera di Commercio di Viterbo per l’iscrizione al "Rec", indispensabile per poter aprire un’attività commerciale, restavano da sistemare gli ultimi dettagli per intraprendere questa nuova avventura.

Iniziammo col prendere accordi con il proprietario del locale per l’affitto, per ottenere la licenza al dettaglio dal Comune e prendemmo contatto anche con le ditte fornitrici dei generi che occorrevano. Mancava una cosa molto importante: sbloccare il fallimento. La nostra intenzione, infatti, era di ricomprare tutto ciò che era rimasto all’interno del negozio a poco prezzo, ma le cose non andarono a buon fine. Il vecchio proprietario, con un vero e proprio blitz, dichiarò fallimento presso il tribunale di Civitavecchia, vendendo a nostra insaputa tutto il materiale rimastogli a un suo parente: i nostri desideri andarono in fumo…

Per noi sarebbe stato un vero e proprio sogno quello di riaprire quel supermercato, ma non tutto filò per il verso giusto e da quel momento fra me e Clara iniziarono i primi problemi.

Passammo il Capodanno successivo a Torino, insieme a Luca e la sua fidanzata Giulia, fu una bella festa e ci divertimmo parecchio.

VI

Nella primavera di quell’anno, giunto al secondo anno di fidanzamento con Clara, cominciarono alcuni problemi d’incompatibilità caratteriale. Ormai ventenne, continuavo a vederla come quando ne aveva diciotto per alcuni suoi atteggiamenti adolescenziali, di questa situazione ne parlavo a volte con Angie perché lei faceva lo stesso con me.

Un giorno d’estate mentre percorrevamo in macchina la riva del lago di Bolsena intravidi Angie sulla battigia: scuoteva il suo telo da mare. Un po’ per chiarire le questioni con Clara e presentargliela e un po’ perché volevo salutarla, accostai la macchina sul lato destro della strada.

"Perché ti sei fermato?" mi domandò Clara.

"C’è Angie, ti va di conoscerla?"

Lei che sapeva della breve ma intensa relazione che ci aveva legato in giovane età accettò, anche se lessi nel suo volto una certa perplessità.

Quando Angie si accorse del nostro arrivo sorrise e borbottò qualcosa al suo fidanzato che subito si alzò dalla posizione supina, per venirci incontro. Erano in costume da bagno: lui indossava un colorato pantaloncino "Fila" e lei un due pezzi rosa e giallo.

"Ciao Angie!" esclamai.

"Ciao Lorenzo!" mi rispose mentre si avvicinava a noi con il suo fidanzato.

"Ti presento Clara."

"Piacere Angie!"

Subito le tese la mano con il sorriso sulle labbra e Clara fece lo stesso ma non so chi delle due fosse più felice in quel momento.

"Lui è Paolo!"

"Piacere Lorenzo!"

Gli strinsi la mano e dopo averlo guardato negli occhi capii che era un ragazzo alla mano.

Dopo qualche battuta, ci salutammo e continuammo la nostra passeggiata lungo il lago a bordo della mia Golf.

"Molto carina la tua amica, eh?" mi domandò Clara dopo un lungo silenzio.

"Dai l’impressione di essere gelosa!" replicai.

"No, no. Volevo solo conoscere il tuo parere."

"Ho pensato di presentartela, in modo da eliminare tutti quei pensieri strani che avevi per la testa."

In quell’occasione Clara capì che la nostra complicità negli sguardi e nei sorrisi era ancora viva, cercai di non rafforzarla con qualche stupida battuta, le dissi solamente che ormai era tutto finito. Anche se lo nascondevo molto bene dentro di me avrei voluto essere al posto di Paolo ma, allo stesso tempo però, guardando con un’altra ottica, stavo bene anche con Clara, che mi riempiva di coccole ogni giorno.

VII

Passò un altro anno e verso la fine di maggio, dopo una delle tante discussioni con Clara, piuttosto esasperato, le dissi che volevo rimanere un po’ da solo perché avevo bisogno di riflettere. Quando tornai a casa ripensai a ciò che le avevo detto e mi ricordai di aver pronunciato le stesse parole di Angie quando mi lasciò, forse era solo un segno del destino oppure solo una semplice battuta d’arresto.

A giugno comprai una bella moto: una Yamaha Virago 1000, ero un po’ nervoso per quel temporaneo distacco da Clara, avevo bisogno di nuove emozioni, così presi quella decisione senza mai pentirmene.

Il sabato sera seguente, andai alla Bella Bimba, una discoteca di Albinia con i miei amici di sempre e lì conobbi una ragazza di Orbetello. Dopo averci chiacchierato per tutta la serata, le chiesi il numero di telefono, perché desideravo invitarla a mangiare una pizza. Lei accettò volentieri e fu così che iniziai a frequentare quella "Venere nera", così la chiamavo, per la sua chioma, forse anche per dimenticare Clara il più presto possibile…

Non fu così, perché a fine giugno, andai a trovare mia sorella Amelia a Tuscania, con l’intento di parlarci. Aspettai il momento giusto, quando Clara fosse sola in casa e la chiamai.

"Ti va di fare due chiacchiere?" le domandai appena rispose al telefono.

"Io non ho più nulla da dirti e poi ho un appuntamento con i miei amici alle nove e mezza in piscina", replicò prontamente.

"Ma quali amici, amici. Dai, solo per pochi minuti, ho bisogno di parlarti per chiarire alcune cose."

A forza di insistere riuscii a convincerla.

Uscimmo dopo cena, appuntamento al solito posto. Notai, però, che si era vestita proprio come piaceva a me: minigonna e camicetta scollata. Voleva provocarmi e ci riuscì perfettamente! Mi era mancata quella sua ingenuità, a tal punto che guardando le sue gambe affusolate, il pensiero andò dove non volevo che andasse.

"Allora cosa devi dirmi di così importante?" mi domandò a muso duro tenendo le braccia conserte. Io schiarii la voce e sorrisi. "Cosa c’è di tanto divertente?"

Infatti non c’era niente ma in quel momento… non sapevo da dove cominciare.

"Ti volevo chiedere scusa per come mi sono comportato nei tuoi confronti…", le dissi fissando un punto immaginario.

"Dai, che non ho tempo!" esclamò.

A quel punto la guardai dritta negli occhi e continuai. "I tuoi amici possono stare dove sono e aspettare fino all’alba!" ribattei, anche se non avevo più il diritto di farlo.

Poi iniziammo a parlare di tutto il nostro passato e di com’era finita la storia senza un motivo valido. Mi disse che era stata molto male negli ultimi tempi e anch’io ne soffrivo, ma pensai che fosse meglio così per tutti e due pur sapendo che sarebbe stato difficile incontrare un’altra persona come lei.

Verso mezzanotte la invitai a salire in macchina, fuori era un po’ umido e si era alzata una leggera brezza, ci sedemmo uno accanto all’altra e continuammo a parlare proprio in quel posto a noi tanto familiare. Dopo un po’, d’impulso, non resistendo alla tentazione, le diedi un bacio: il mio cuore iniziò a battere freneticamente, come la prima volta, forse anche di più!

Non riuscivo più a controllarmi, la abbracciai e continuai a baciarla. Quelle labbra che conoscevo bene erano diventate nuovamente mie, ma in realtà non sapevo cosa stessi facendo, dentro di me si mescolavano un’infinità d’emozioni una dietro l’altra, sembrava stessi baciando un’amante e non la mia ex fidanzata… Era tutto così strano...

A un certo punto arrivò suo fratello che interruppe la nostra intimità.

"Cosa stai facendo qui? La mamma ti sta cercando da due ore!" gridò mentre colpiva il tetto della Golf che aveva i vetri ormai completamente appannati.

Entrambi guardammo l’orologio sul cruscotto e ci accorgemmo che era mezzanotte passata, lei si ricompose, aprì la portiera e scappò via: io misi in moto la macchina e partii a velocità sostenuta, come se avessi commesso un reato. Durante il rientro a casa non riuscivo a dare una spiegazione a ciò che era successo. Sicuramente l’affetto che mi legava a lei era ancora molto forte, ebbi un attimo di paura.

Nei giorni seguenti ripensai se fosse il caso di richiamarla e riallacciare il legame o lasciar perdere, fu una settimana combattuta!

Il sabato successivo, incontrai per caso Angie alle "Ginestre".

"Ciao Angie, come stai?" le domandai appena la vidi arrivare verso di me.

"Bene e tu?"

Scrollai la testa e dissi. "Beh, si potrebbe star meglio!"

"Hai da fare in questo fine settimana?" mi domandò.

"No, non ho niente di particolare, perché?"

"Ti va di andare al mare insieme domani?"

Io accettai con un energico "Sì!", anche se ero completamente fuori di testa dopo quell’ultimo incontro con Clara.

Il giorno seguente andai a prenderla a casa sua e ci recammo alle "Morelle", una località balneare vicina Montalto Marina: ci sdraiammo a poca distanza dalla macchina in quanto l’avevo parcheggiata in divieto di sosta e volevo controllare che i vigili urbani non mi facessero la multa.

Sulla spiaggia, iniziammo a parlare delle nostre storie: anche Angie si era appena lasciata con il suo fidanzato ed era in uno stato confusionale, io stavo peggio di lei dopo quello che era successo durante la settimana.

A un certo momento, voltandomi per guardare la macchina vidi Clara che si aggirava nei paraggi per controllare se fosse proprio la mia: poi rivolgendo lo sguardo verso la battigia incrociò i miei occhi per qualche secondo. Quando capì che ero sdraiato accanto ad Angie, scappò via di corsa per raggiungere le amiche che si erano avviate lungo la spiaggia. Mi alzai velocemente, ma non ebbi il coraggio di correrle dietro e spiegarle che si trattava solo di un’amica.

"Cosa è successo, Lorenzo?" mi domandò Angie dopo quello scatto repentino.

"No, niente. Non è successo niente."

Rimasi in piedi con le mani ai fianchi guardando Clara che camminava a passo svelto mentre scuoteva la testa.

Angie, che era girata verso il mare, non si accorse di nulla: poco dopo le raccontai il fatto e lei ci rimase molto male, mi rimproverò di non aver provato a inseguirla.

"Ormai è troppo tardi, non c’è più nulla da fare", le dissi sedendomi di fronte a lei accavallando le gambe.

"Perché non vai e le spieghi?"

La guardai nei suoi occhi azzurri e annuii per qualche secondo.

"Ti ha riconosciuto Angie."

"Cosa?"

"Per questo è scappata via in quella maniera."

"Come mi ha riconosciuto?"

"Sì, l’ho vista che ti guardava prima di correre via."

"Ma tu la ami ancora?" mi domandò a bruciapelo.

"Ehm, neanche io so quello che sento e che voglio in questo momento."

Lei sorrise per cercare di aiutarmi a superare quel momento.

"Forse è meglio che finisca così, non voglio provocarle ancora del dolore gratuito."

Ormai era finita per sempre con Clara.

Ritornai a casa con molti pensieri per la testa dimenticandomi addirittura con chi avevo passato quella giornata: Clara o Angie, Angie o Clara, Clara o Angie… la confusione regnava sovrana.

VIII

Una sera di metà luglio uscii con Dante, un mio amico d’infanzia, per fare una passeggiata a Tarquinia Lido: volevo parlargli della mia vita e capire se lui poteva darmi qualche consiglio. Una volta giunti sul lungomare mentre passeggiavamo, vidi Maddalena, compagna di scuola di mia sorella Elena, che era seduta accanto a una ragazza molto carina della quale avevo incrociato lo sguardo per qualche secondo.

"Ehi, hai visto come ti ha guardato quella lì?" Sorrisi.

"Dai Dante, non rompere, lo sai in che situazione sono in questo momento."

Si era accorto che c’eravamo scambiati un’occhiata molto intensa e subito me lo fece notare.

Giunti da Maddalena la salutai e lei ci presentò tutte le altre ragazze della comitiva, invitandoci in una "cornetteria" dopo poco.

Dante e io passeggiammo e parlammo molto quella sera, forse lo annoiai anche un po’, ma avevo bisogno di sfogarmi con qualcuno e lui fu molto paziente. Verso mezzanotte ci avvicinammo al locale che ci avevano indicato, ci sedemmo in uno dei tanti tavolini davanti all’ingresso e, grazie alla mia solita faccia tosta, iniziai a parlare con l’amica di Maddalena.

"Ciao Anna come stai?" le chiesi, visto che continuava a fissarmi ogni volta che la guardavo.

"Benissimo!" rispose sfoderando un sorriso smagliante.

Parlammo del più e del meno per una buona mezz’ora, poi prima di salutarci, m’invitò ad andarla a trovare l’indomani presso uno stabilimento balneare di Tarquinia Lido che frequentava con la comitiva.

Ero in uno stato confusionale come non mai, però, dato che avevo da poco ricominciato a lavorare a Montalto di Castro, pensai di fare un giro da quelle parti.

Il mattino seguente misi dentro lo zaino un costume da bagno e un asciugamano da mare prima di dirigermi al lavoro. Fu così che iniziai una relazione che durò per tutto il mese di luglio: lei era più grande di me di qualche anno, ma a me non dava per niente fastidio, anzi, ne fui felice.

Nel frattempo stavo organizzando una vacanza con Mario, anche lui mio vecchio compagno di scuola, per andare in Spagna. Quando agli inizi d’agosto l’andai a trovare a casa e gli chiesi quando saremmo partiti, lui mi rispose che suo padre non gli avrebbe lasciato prendere la macchina, perché era nuova e aveva paura che gliela potessero rubare, disse anche che in quel periodo aveva altri impegni da sbrigare e che non era più sicuro di voler partire.

Il giorno successivo chiamai un mio ex commilitone, Enrico, che abitava a Rapallo, per chiedergli se mi poteva ospitare per una notte, avevo deciso di andare in Spagna da solo e volevo frazionare il viaggio. Accettò volentieri.

L’indomani mattina, ultimo giorno lavorativo riuscii a uscire verso le dieci e tornare a Montefiascone: presi il passaporto e andai alla Questura di Viterbo per la vidimazione. Prima di pranzo tornai di nuovo al lavoro per prendere la busta paga e tornato a casa verso le tre e mezza, preparai la borsa da viaggio, tenda, sacco a pelo e tutto l’occorrente con velocità supersonica e contro il volere di mia madre che continuava a chiedermi dove stavo andando e con chi. La ignorai e alle quattro e mezza ero già sull’Aurelia con la moto carica fino al collo per arrivare solo verso le undici e mezza a Rapallo a casa d’Enrico che mi stava aspettando, ansioso di rivedermi.

Ero partito in fretta, volevo scappare via da tutti e respirare un po’ di libertà. Inoltre volevo provare a stare un po’ di tempo solo, perché avevo già in mente un piano diabolico per l’anno successivo: se tutto fosse andato per il meglio e fossi "sopravvissuto" a quella vacanza senza meta, sarei partito per l’America come avevo sempre sognato. Per me, quell’esperienza, era la prova del fuoco.

Dopo essermi riposato alcune ore a casa di Enrico, il giorno successivo salii in sella alla mia moto e proseguii per la Spagna, anche se non avevo nemmeno la cartina geografica. Ero così felice che non avevo paura di niente. Qualche chilometro prima del confine tra l’Italia e la Francia a un Autogrill lungo l’autostrada conobbi un altro motociclista di nome Angelo.

"Dove vai di bello?" gli chiesi mentre alzavo la visiera del casco.

"Io vado a Siviglia per l’Expo."

"Ti va di fare un po’ di strada insieme?"

"Seguimi", mi rispose mentre richiudeva la visiera del suo casco.

Anche lui aveva una moto di grossa cilindrata, ma a differenza della mia, andava molto più veloce, ebbi difficoltà a tenere il suo ritmo, in compenso diventammo subito compagni di viaggio.

Arrivammo in Spagna a tarda sera, e dopo tre o quattro salide lasciammo l’autostrada e ci recammo in una cittadina sul mare per cena. Mi sentivo come un uccellino fuori dalla gabbia, era tutto così bello! Finalmente ero libero di fare tutto ciò che mi pareva e piaceva.


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