Leo punto e a capo
Pina Varriale
Smashwords Editions
Copyright Pina Varriale
Tutti i diritti riservati

Copertina di Serena Montesarchio
Le storie non finiscono col punto!
Questo ebook è concesso in uso per l’intrattenimento personale.
Questo ebook non può essere rivenduto o ceduto ad altre persone.
Se si desidera condividere questo ebook con un’altra persona,
acquista una copia aggiuntiva per ogni destinatario. Se state
leggendo questo ebook e non lo avete acquistato per il vostro unico
utilizzo, si prega di acquistare la propria copia.
Grazie per il
rispetto al duro lavoro di questo autore.
Ha collaborato come giornalista per diversi quotidiani e periodici nazionali.
Ha curato e condotto servizi di attualità e culturali per emittenti radiofoniche e televisive.
Attualmente collabora con il quotidiano l’Avvenire con brevi racconti dedicati all’infanzia e all’adolescenza.
Si è occupata dei “ragazzi a rischio” progettando e realizzando un laboratorio artistico e teatrale.
Ha scritto e messo in scena lavori teatrali per ragazzi.
Ha partecipato, come pittrice, a mostre e concorsi nazionali.
Ha insegnato Scrittura Creativa presso la sede di Napoli della Fondazione Humaniter.
Cura la rubrica “Pollicino: per non perdersi tra i libri” sul settimanale “ioCome”.

Contatto:
Sito web personale:
Scopri tutti gli scritti dell’autrice qui:
Scopri i suoi ebook:


- Leo, sveglia! Sono le sei e venti.
- Mmmm...
- Tesoro, è ora di alzarsi.
Apro un occhio. No, meglio tornare a dormire. Mi tiro le lenzuola fin sulla testa.
- Leo, se non ti sbrighi, tua sorella occuperà il bagno e, come al solito, finirà che non ti lavi... Mi ascolti?
- Leo, ti decidi? – c’è una nota stizzita nella sua voce. A questo punto, se non schizzo fuori dal letto, comincerà a fare la predica.
Cerco le pantofole, non le vedo. Di sicuro Fax ci sta parcheggiando sopra. Non capisco perché quel tonto si ostini a dormire sulle mie ciabatte.
- Spostati, vecchio mio! – dico a quella montagna di peli che finge di sonnecchiare ai piedi del letto. Lui solleva le palpebre e fa uno sbadiglio rumoroso. Infilo una mano sotto la sua pancia, Fax crede che voglia giocare e si solleva un poco sulle zampe posteriori. Con un colpo da maestro recupero le ciabatte e il cagnolone si mette ad abbaiare, facendo rintronare la stanza.
- Fate stare zitto quel cane! – urla papà dalla cucina – Sveglierà il vicinato.
Se non c’è riuscito Fax, di certo ci ha pensato lui.
- Sta’ buono! Così sveglierai Sabrina!
Sabrina, la mia sorellina, va all’asilo e può permettersi il lusso di alzarsi alle otto, perché in classe si entra alle nove.
Ho sentito aprirsi la porta della stanza di Arianna. Caspita, devo sbrigarmi se non voglio arrivare secondo. È scattata l’operazione bagno. Mi precipito in corridoio tallonato da Fax che mi addenta i calcagni per farsi restituire le ciabatte. Non è facile ragionare con uno come lui. È un testardo. E poi se ne approfitta, perché, se si alza in piedi, facendo leva sulle zampe posteriori, è più alto di me. Fax è un incrocio di alano e di cane lupo, con un’abbondante spruzzata di pastore maremmano.
Arianna, anche stavolta, mi ha fregato. Si è infilata nel bagno un attimo prima di me e mi ha sbattuto la porta in faccia.
- Fai presto! – le grido – Mi scappa.
Fiato sprecato. Sarò costretto a lavarmi e a pettinarmi in meno di cinque minuti. Quello che mi fa rabbia è che non avrò tempo per farmi le “Domande”, quelle con la lettera maiuscola. Sto parlando degli interrogativi che prima o poi frullano nella testa di ogni essere umano, almeno così mi ha detto la prof d’italiano per rassicurarmi. “Chi sono?” “Dove vado?” “Cosa faccio?”. Di solito questi pensieri profondi mi vengono quando sono seduto sulla tazza del water. All’inizio lascio vagare lo sguardo, conto le mattonelle del bagno, il numero di asciugamani puliti che la mamma ha infilato nell’anello di metallo che sta di fianco al lavabo. Libero la mente da ogni preoccupazione. Ed ecco, una nebbiolina leggera mi entra nella testa, i contorni delle cose sfumano ed io, finalmente, mi interrogo. Chi sono? Leo, naturalmente. La risposta mi viene subito e non sto a perderci tempo. Quando arrivo al secondo interrogativo importante, “dove vado?”, puntualmente mia madre si mette a picchiare forte sulla porta:
- Sbrigati! Devi andare a scuola! – così mi risparmia la fatica di trovare la risposta.
Per la terza domanda, non serve scervellarsi. Sono sul water...
Finalmente Arianna esce dal bagno.
- Non mi guardare! – esclama acida – E tieni la bocca chiusa – aggiunge subito dopo.
- Che succede? – chiede la mamma che sente sempre tutto.
- Non vedi? Ho di nuovo i brufoli! – si lamenta Arianna
- Hai provato con la carta vetrata? – le chiedo per farla arrabbiare.
- Stupido! – strilla mia sorella – Mamma, hai sentito? Leo mi prende in giro!
Papà viene fuori dalla stanza da letto. Ha la camicia fuori dai pantaloni, la cravatta da annodare e stringe gli occhi perché ha dimenticato da qualche parte i suoi occhiali.
- Ne ho abbastanza di voi due! – sbraita – Chiudete il becco!
- Bella educazione che hai dato ai TUOI figli! – grida mio padre che ha bisogno di sfogarsi con qualcuno.
- I MIEI figli? – ruggisce mia madre piazzando le mani sui fianchi – Sono anche i tuoi, caro mio!
Mentre discutono su chi di loro due sia l’unico responsabile della nostra nascita, io e mia sorella, saggiamente, andiamo a fare colazione.
Arianna, non serve dirlo, insiste con la dieta. Ha preso un bel bicchiere di latte scremato e due fette biscottate integrali con un velo di miele d’acacia. Io invece mi organizzo una colazione coi fiocchi glassati, latte al cioccolato, dolcificato con almeno quattro cucchiaini di zucchero, yogurt e per finire una bella spremuta di arance e una fetta di pane, burro e marmellata di fragole.
- Mancano cinque minuti alle sette – brontola papà scalpitando per l’impazienza. Ci precipitiamo fuori di casa di corsa. Prima tappa: la stazione, dove mio padre lascia me e mia sorella generalmente quindici secondi prima che il treno parta.
- Corri, Leo! – grida Arianna – Cerchiamo di salire nella prima vettura.
Mia sorella ingrana la quarta e fa lo slalom in mezzo ad una massa compatta di viaggiatori con la faccia assonnata.
* * *
- Mi presti il vocabolario? – dice Luca facendomi l’occhiolino.
Stamattina c’è compito di italiano e Luca, come al solito, è nei pasticci.
La prof solleva lo sguardo oltre gli spessi occhiali da miope e ci guarda senza vederci, poi rituffa il naso nel suo libro. È tutto regolare. Faccio arrivare il vocabolario a Luca tramite un compagno. Lui è seduto due file di banchi dietro di me, la Fodretti ci tiene lontani per non farci chiacchierare. Luca nasconde tra le pagine un bigliettino accuratamente ripiegato. Controllo che la prof sia ancora distratta e, non appena il dizionario torna fra le mie mani, faccio scivolare fuori il foglietto e cautamente lo apro.
“Che cavolo stai scrivendo da due ore? A me non viene niente in mente. Cosa posso inventarmi per questo dannato tema? Aiutami. Il tuo amico disperato”
Mi volto e gli faccio un sorriso rassicurante.
Lascio trascorrere qualche minuto, poi alzo la mano:
- Prof, posso andare in bagno?
Lei mi risponde con un sorriso.
- Vai pure, Leo – mi dice.
Quanto le voglio bene! È la mia insegnante preferita. Se fossi io a comandare a scuola, abolirei tutte le altre materie e farei stare in classe solo quella d’italiano.
Me ne vado a passo tranquillo verso il bagno dei maschi che ho trasformato nel mio ufficio personale. Puzza di sigarette e di disinfettante e il rubinetto del lavandino è talmente incrostato di calcare, che mi passa subito la voglia di bere. Come previsto, Luca mi raggiunge dopo pochi minuti. Si è messo in tasca un foglietto ed una penna, così posso fargli il tema al volo.
- Leo, ti giuro, ci ho provato. Stamattina non riesco a concentrarmi...
- Poche chiacchiere – gli dico facendo finta di fare il bullo. Lo sa che scherzo, più o meno.
- Ho capito! – esclama Luca – Quanto vuoi?
Ci accordiamo per un cornetto all’amarena e trenta righe di tema. Scrivo veloce come un lampo. In quattro paragrafi gli ho fatto un lavoro che se non prende “distinto”, giuro che cambio nome.
Luca mi guarda a bocca aperta:
- Come fai? – mi dice – Sei proprio un genio!
Finalmente arriva l’intervallo. Usciamo dall’aula, a forza di grida e di spintoni. L’unico che resta seduto al suo posto è Alfredino, il ragazzo nuovo.
- Quello che fa? – osserva Saverio – Si è incollato alla sedia?
- Lascialo perdere, è un tipo strano. Non parla con nessuno – dice Davide.
Alfredino sta con noi soltanto da tre mesi. La prof ci ha raccomandato di essere cordiali e ben disposti. Noi lo abbiamo assediato con mille domande. Il fatto è che lui proprio non ci fila. Se ne sta sempre zitto pensando ai fatti suoi. Inoltre, fa un mucchio di assenze.
Al bar c’è la solita ressa e bisogna lottare con quelli delle terze a forza di spintoni. Peggio che in metropolitana...
Emilio, il barista ha una pazienza da santo e un computer al posto del cervello. Prende le brioche, passa i bicchieri con l’acqua, apre le lattine, arraffa i soldi e da’ il resto senza neanche contare gli spiccioli. Davide è stato fortunato, ha raggiunto il bancone ed ora si agita per farsi notare.
- Ho sentito – brontola Emilio – Non sono sordo... Che vuoi?
- Cinque bicchieri d’acqua – dice Davide.
- E un cornetto alla crema – grido alzandomi sulle punte dei piedi e sbracciandomi come un addetto agli atterraggi d’emergenza.
Finalmente si sfolla un po’ e possiamo raggiungere, indisturbati o quasi, il bancone del bar. Mi godo il meritato premio per le mie fatiche, mentre gli altri ingollano sorsate d’acqua e mi guardano con invidia.
* * *
Mistofritto è entrato in classe con l’espressione di uno che sta morendo di noia. Ci guarda appena e risponde con un brontolio al nostro saluto. Il suo vero nome è Berganti, noi però l’abbiamo soprannominato Mistofritto per via dell’odore che emanano i suoi vestiti: una giacca spiegazzata, pantaloni informi e una camicia che ha fatto la guerra con l’unto e l’ha persa.
- Hai studiato l’Inglese? – domando, a bassa voce, ad Alfredino. Lui fa cenno di no con la testa, sembra spaventato, però non potrei giuraci, non lo conosco abbastanza.
Alfredino. Viene naturale chiamarlo col diminutivo. È talmente piccolo da sembrare una miniatura. In classe lo chiamano lo “Gnomo”. Non ride mai, se ne sta serio e silenzioso a guardare il vuoto.
Il prof intanto ha aperto il registro e segue col dito l’elenco dei nomi. Chissà chi sarà la sua vittima. Mistofritto ha la faccia priva di espressione. Di tanto in tanto solleva lo sguardo al di sopra degli occhiali e ci fissa. Muove un po’ le labbra e aggrotta la fronte. Sono momenti terribili, ognuno di noi è convinto di essere l’unico oggetto della sua attenzione. Alfredino si è aggrappato al banco, quasi non respira.
Il prof alla fine decide di porre fine alla nostra agonia. Guarda in direzione di Fadini e tuona:
- Hassler!
Alfredino si alza. Gli tremano le mani.
- Non ti preoccupare – sussurro – Ti suggerisco io!
Lui non da’ segno di avermi sentito, si avvia verso la cattedra trascinando i piedi. Gli altri, nel frattempo, tornano a respirare.
“Hassler... spiegami... il... presente progressivo”
Mi metto d’impegno a sussurrare: presente del verbo essere e poi? Boh, non ricordo... ma è sempre meglio di niente.
Alfredo fissa il soffitto e resta muto.
- Hassler! – ruggisce il prof – Sto aspettando una risposta!
- “To be” più... – sussurro sperando che si volti e legga il movimento delle mie labbra. Alfredino non ha sentito nulla, Mistofritto, invece, ha l’orecchio fino.
- Monti, va’ fuori! – ruggisce balzando in piedi.
Non me lo faccio ripetere per la seconda volta e raggiungo rapidamente la porta, non abbastanza in fretta però da non poter ascoltare la frase che lo ha reso famoso quasi quanto la sua acqua di colonia al pesce fritto.
- Monti... impreparato!
È assurdo! Come faccio ad essere una “i” sul suo registro se sono quello che stava suggerendo al compagno? Non è la fine del mondo, anzi l’idea di stare per un’ora nei corridoi non mi dispiace. Mi rilasso e posso fare quattro chiacchiere con Silvestro, il bidello del nostro piano. È un vecchietto simpatico e sa un mucchio di cose sugli animali perché ha una casa in campagna.
- Ciao, Leo – mi dice non appena mi vede spuntare – Hai avuto qualche problema? – si strofina gli occhi arrossati col dorso della mano. Soffre di raffreddore cronico e stare sempre in mezzo alla polvere di certo non lo aiuta. Lui dice che è tutta colpa della vecchiaia e che sarebbe ora di andarsene in pensione. Non sogna altro che di occuparsi a tempo pieno dei suoi ortaggi e dei conigli. Silvestro è pelle e ossa e ha una gamba che non gli funziona per via dell’artrosi.