Il Crollo
by Domenico Martusciello
Copyright 2012 Domenico Martusciello
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PROLOGO
Alla fine, dopo tanto tuonare, scoppiò il violento temporale.
Sembrava un uragano per la forza inaudita con cui si mise a imperversare, quasi che le cateratte di un cielo gravido a dismisura si fossero di colpo spalancate, liberando una enorme massa d’acqua divenuta ormai incontenibile.
Il conducente della prestigiosa berlina di grossa cilindrata ridusse drasticamente la velocità, e procedette quasi a passo d’uomo. Qualche secondo prima che il diluvio si scatenasse aveva visto, attraverso il parabrezza, il lampo abbagliante squarciare il cielo notturno coperto da nuvole basse. Era seguito il rombo fragoroso e prolungato di un tuono e, subito dopo, lo scrosciare improvviso della pioggia che aveva cominciato a rovesciarsi a catinelle sulla città, troppo a lungo oppressa dalla intensa calura. In un attimo, la visibilità sulla strada si ridusse a zero. Le spazzoledei tergicristalli – ancorché tenute alla massima velocità –, non erano di grande aiuto. L’uomo accostò al marciapiede, si fermò e spense il motore. Premette il pulsante delle frecce di emergenza lampeggianti, e si mise ad aspettare che la tempesta si placasse per poter riprendere la marcia.
Malgrado il disagio e il ritardo che quel nubifragio gli stava procurando, pensò che nella delicata operazione che si apprestava a compiere quella notte, poteva rivelarsi di grande utilità. Il maltempo, combinato all’oscurità, offriva un’ottima copertura. Avrebbe reso le strade più deserte che mai, riducendo al minimo il rischio di essere notato. Era da un po’ che vagava per la città, alla ricerca del luogo più adatto dove poter agire con una certa tranquillità.
Scrutò fuori dal finestrino opacizzato dall’acqua che vi scorreva sopra come una cascata. Quel poco che riuscì a intravedere gli bastò per capire che la tempesta non accennava a calmarsi. Bagliori di lampi e saette rischiaravano a tratti l’oscurità. Sospinte da forti folate di vento, ondate di pioggia fluttuavano a mezz’aria prima di precipitare al suolo. Sferzavano le oscillanti cime degli alberi, battevano con fragore sui tetti delle case, sui marciapiedi, sulle imposte delle finestre.
L’uomo si accese una sigaretta e inalò a fondo la prima boccata, il volto dalla barba incolta contratto per la tensione di cui era preda. Si mise a tamburellare con le dita sul cruscotto con fare impaziente.
D’un tratto, le gocce d’acqua si tramutarono in grossi chicchi di grandine, cheraffiche rabbiose di vento scagliarono contro le auto in sosta lungo i marciapiedi, generando un crepitio furioso e assordante.
Trascorse un quarto d’ora e, d’improvviso come era cominciata, la tempesta si acquietò. Il vento cessò di colpo, e la grandine si tramutò in una fine pioggerella.
L’uomo abbassò il finestrino e inspirò a piene narici l’aria della notte, che l’acquazzone aveva rinfrescato. Era satura di quell’odore particolare di terra bagnata che sempre si diffonde nell’atmosfera al termine di un temporale. Vagò con lo sguardo lì attorno. Un rivolo tumultuoso scorreva lungo il bordo del marciapiede invadendolo in più punti.
Alla fioca luce dei lampioni le auto parcheggiate apparivano terse e lucenti come dopo un intenso lavaggio. Da qualche parte, in lontananza, gli giunse l’ululato della sirena di un’ambulanza, e l’abbaiare di un cane. Poi la notte ritornò silenziosa.
Aspirò un’ultima, lunga boccata dalla sigaretta e gettò lontano il mozzicone dal finestrino. Lo osservò disintegrarsi nell’aria descrivendo una parabola di scintille. Quindi rimise in moto e riprese la marcia ad andatura moderata. Sentiva a tratti il rumore degli spruzzi d’acqua, sollevati dai pneumatici nell’attraversamento delle larghe pozzanghere che si erano formate qua e là nelle depressioni del fondo stradale.
Non aveva percorso duecento metri che rallentò di nuovo istintivamente quando vide poco distante davanti a sé, ferma a un incrocio, una gazzella della polizia con il lampeggiante acceso. Fu pervaso da un senso di inquietudine. Superatala, proseguì a velocità più sostenuta mentre lanciava sguardi al retrovisore in successione rapida. A un tratto svoltò bruscamente a destra premendo poi sull’acceleratore. Adesso percorreva un largo viale alberato, con auto parcheggiate su entrambi i lati e sopra i marciapiedi. Guardò di nuovo nello specchietto e trasalì: a una cinquantina di metri di distanza c’era l’autopattuglia. Si sentì sommergere da un’ondata di panico che si sforzò di controllare.
Lo stava seguendo?
No, non è possibile, si disse cercando di tranquillizzarsi. Quando poco prima gli era passato davanti, aveva avvertito su di sé lo sguardo scrutatore degli agenti. Aveva finto di non vederli per non attirare la loro attenzione e insospettirli al punto di indurli a mettersi alle sue calcagna. L’idea che potessero avercela con lui era una sua paranoia, pensò. Non potevano sapere chi fosse e tanto meno immaginare quello che si accingeva a fare. Rilassati, si ordinò: è soltanto una pattuglia in semplice perlustrazione, senza cattive intenzioni nei tuoi confronti.
Era pur vero, però, che potevano fermarlo per un controllo di routine e perquisire la macchina scoprendo quello che trasportava.
Allora, sì, che sarebbe stato spacciato.
Accelerò di nuovo, ed ebbe l’impressione che la volante facesse altrettanto. Cercare di seminarla era fuori discussione. Mentre col cuore che gli batteva all’impazzata si sforzava di riflettere sul da farsi, la vide sopraggiungere veloce alle sue spalle a sirene spiegate e lampeggiando.
Si aspettò che lo affiancasse e che l’agente alla guida gli facesse cenno di accostare e di fermarsi. Invece, un istante dopo, la vide con la coda dell’occhio sfrecciargli inoffensiva lungo il fianco sorpassandolo. Scomparve alla vista dopo qualche secondo.
L’uomo trasse un profondo sospiro di sollievo e ridusse la velocità. Arrivò in fondo al viale senza incrociare neppure un’auto. Siimmise sulla circonvallazione dove il traffico era ridotto quasi a nulla.
Azionò di nuovo i tergicristalli per spazzare via la pioggerella che continuava a cadere. Scrutava fuori ininterrottamente cercando con gli occhi il luogo più adatto dove fermarsi per porre in atto il suo piano.
Quella zona gli era abbastanza familiare, e pensò che di lì a poco avrebbe raggiunto un luogo che poteva considerare idoneo al suo scopo. Svoltò a destra in una strada secondaria stretta e lunghissima, a senso unico di marcia, che fiancheggiava un vasto parco. Procedendo a bassa velocità, vi intravide vialetti deserti e radi lampioni, panchine, alberi dal folto fogliame, verdi radure immerse nella penombra. Continuava a guardare attentamente tutt’intorno. C’erano automobili parcheggiate su entrambi il lati della carreggiata.
Poco dopo vide, a breve distanza davanti a sé, un largo incrocio con semafori pedonali la cui attività, data l’ora notturna, era limitata alla sola funzione della luce gialla lampeggiante. Lo superò e si fermò dopo una ventina di metri a ridosso della fila di auto in sosta lungo il marciapiede. Consultò l’orologio del cruscotto: mancavano dieci minuti alla due. Scese dalla macchina senza spegnere il motore e si guardò intorno. Decise che il luogo era perfetto per quello che doveva fare. Il parco che si estendeva alla sua destra offriva un’ottima schermatura, mentre non filtravano luci dallo stabile di quattro piani che si ergeva alla sua sinistra sul lato opposto della strada. Non c’era anima viva nei dintorni.
Tuttavia pensò che doveva agire in fretta. Ciò che doveva fare non era niente di complesso che potesse andare per le lunghe: non avrebbe richiesto più di cinque minuti. Si portò dietro al bagagliaio e lo aprì. La debole luce che si accese automaticamente dentro l’ampio vano, rivelò la presenza di un corpo umano accartocciato come un feto, le braccia schiacciate contro il petto, la faccia illividita rivolta verso l’alto in una posa innaturale. Era perfettamente immobile.
L’immobilità della morte.
L’uomo gli rivolse un breve sguardo in cui sembrarono mescolarsi repulsione e pietà. Quel corpo senza vita apparteneva a un distinto e attraente giovane sulla trentina, di carnagione scura e di statura media. Scuri erano pure gli occhi sbarrati, in cui la morte aveva cristallizzato una espressione stupefatta. I capelli neri, scarmigliati, gli arrivavano fin sopra le orecchie, e un paio di sottili baffetti dall’aspetto posticcio gli adornava il labbro superiore. Indossava dei jeans chiari e una camicia di seta bianca vistosamente imbrattata di sangue. Pure sporchi di sangue erano le guance e il mento. Il naso era tumefatto. Calzava dei mocassini di lucida pelle nera. Indossava un Rolex d’oro massiccio, e dalla scollatura della camicia spuntava una robusta catenina dello stesso metallo, con appeso un piccolo crocifisso. Emanava un odore pungente di vino. La vittima doveva averne ingerito in grande quantità prima di morire.
L’uomo si curvò, afferrò il cadavere per le braccia e lo girò di spalle. Quella posizione rivelò la presenza sulla sommità del capo di una profonda ferita da corpo contundente, sulla quale il sangue sembrava essersi coagulato. Poi gli infilò gli avambracci sotto le ascelle e, con uno sforzo notevole, lo sollevò tirandolo fuori dal bagagliaio e deponendolo disteso supino sul selciato. Quindi, ansimando lievemente, chiuse il cofano e si guardò di nuovo in giro. Le strade e i marciapiedi restavano deserti. Il silenzio notturno era turbato soltanto dal ronzio del motore che girava al minimo. La pioggia sembrava essere definitivamente cessata. Una robusta brezza che spirava da nord aveva cominciato ad asciugare l’asfalto.
Di nuovo, l’uomo si chinò sul corpo esanime, e, afferratolo per le caviglie lo trascinò, camminandoa ritroso, al centro della carreggiata. Poi risalì in macchina. Avanzò lentamente di una decina di metri e si fermò. Si girò per osservare –al disopra della spalla, attraverso il lunotto –,il morto che, alla luce fievole dei lampioni, era nient’altro che una massa scura dai contorni vaghi, allungata per traverso sulla carreggiata. Dopo un attimo di esitazione, restando col capo voltato indietro, ingranò la retromarcia e avviò l’auto spingendone la velocità più che poté verso il cadavere, investendolo in pieno. La vettura sobbalzò con violenza nel passargli sopra con tutte e quattro le ruote. Percorso un breve tratto si arrestò, eper un momento l’uomo si soffermò a osservarlo, come per valutare il risultato della sua opera. Quindi, con la prima marcia innestata, accelerò al massimo rilasciando di colpo la frizione. La macchina partì con un balzo, simile a un cavallo spronato, e, per la seconda volta, passò sopra il corpo ormai straziato.
Proseguì nella corsa a gran velocità, inghiottita dal buio della notte.
1
Con un acuto stridore di pneumatici, la Golf grigio metallizzato nuova fiammante, si arrestò bruscamente davanti a un semaforo passato improvvisamente al rosso. Il tempo di reazione del conducente, rispetto all’istante in cuisi accese il verde, fu di qualche decimo di secondo. La vettura ripartì sgommando, e avventandosi sulla strada con lo slancio di un aereo sulla pista di decollo. Riprese la marcia a tutta birra, districandosi con sorpassi spericolati nel traffico intenso, ma fluido, che in quell’ora di punta del mattino percorreva la circonvallazione interna nella direzione di piazzale Loreto.
Stringendo il volante con un’aria che tradiva impazienza, Carlo Fascetti – investigatore privato – lanciò l’ennesima imprecazione quando, superato piazzale Stuparich, dovette nuovamente inchiodare l’auto con una frenata drammatica evitando per un soffio di tamponare una Fiat Tipo arrestatasi di colpo. Lo precedeva in una colonna che si allungava per quasi un chilometro fino a un altro semaforo rosso, in prossimità del cavalcavia.
Aveva una gran fretta, questo era il problema.
Il caldo di quell’inizio d’agosto era soffocante e, a ogni sosta, l’abitacolo della Golf si trasformava in una sorta di bagno turco nonostante i vetri del tutto abbassati dei finestrini. Il detective estrasse un fazzoletto e se lo passò sul collo e sul volto madidi di sudore. Nell’attesa di poter riprendere la marcia, prese a tamburellare sul volante come per sfogare un certo nervosismo mentre lanciava occhiate impazienti all’orologio digitale. Erano gesti rivelatori dell’urgenza che avvertiva di giungere a destinazione. A tratti osservava distrattamente la lunga colonna ininterrotta di automezzi che procedeva nella opposta direzione, sull’altra carreggiata.
“Idioti addormentati”, mormorò quando sporgendo il capo fuori del finestrino vide che il semaforo era ripassato al verde da qualche secondo senza che la coda accennasse a muoversi. Pigiò sul clacson –subito imitato da altri automobilisti – riuscendo a scuotere daltorpore il conducente dell’auto di testa. Ma soltanto alcune vetture superarono l’incrocio prima che si riaccendesse il rosso.
Quando finalmente al via libera del semaforo scattò il verde, Fascetti accelerò rilasciando di colpo la frizione, il che fece sì che la Golf schizzasse in avanti. Sterzò deciso sorpassando sulla destra la Fiat Tipo che procedeva ad andatura più moderata.
Guardò nello specchietto retrovisore: era scomparsa la Tema bianca che, sino a poco prima, l’aveva tallonato da vicino. L’aveva finalmente seminata dopo che per un pezzo gli era stata appiccicata addosso, incurante di rispettare la distanza di sicurezza. Niente lo infastidiva di più quando era al volante.
Il vento caldo generato dalla velocità, turbinava nell’abitacolo arruffandogli la capigliatura corvina e producendo, se pure in parte, l’effetto desiderato di alleviare il disagio dell’aria torrida, intrisa d’umidità.
Si rimproverò, per l’ennesima volta,per aver rinunciato a richiedere la installazione del condizionatore nella vettura quando, due mesi prima, ne aveva commissionato l’acquisto alla concessionaria.
Fascetti era un giovane di trent’anni, titolare di un’agenzia investigativa sita al quarto piano di uno stabile moderno in via Fatebenefratelli, a un tiro di schioppo dalla questuradi Milano. Ne aveva avviato l’attività da circa un anno, e la gestiva da solo con l’aiuto di una segretaria tuttofare – ora assente per malattia –, in un piccolo bilocale che utilizzava anche come abitazione. Nato e cresciuto a Varese – primogenito di tre figli maschi – aveva conseguito la laurea in giurisprudenza alla Università Cattolica di Milano. Il padre, dispotico ed esigente, titolare di un accorsato studio legale nella cittadina lombarda, era stato da sempre ossessionato dall’idea che lui dovesse seguirne le orme.
Ma nonostante che il giovane avesse collaborato nello studio come praticante ai tempi dell’università, non aveva mai maturato la benché minima passione per la carriera forense, mostrandosi sempre tutt’altro che entusiasta alle aspettative del genitore, col quale conduceva, peraltro, un rapporto non esattamente idilliaco.
La sua massima aspirazione fin da ragazzo, era sempre stata quella di fare l’investigatore privato. Accanito lettore diromanzi polizieschi, si era tenuto costantemente aggiornato su quanto di meglio offriva questo variegato genere letterario.
Agli inizi di gennaio di due anni prima e a un mese dalla tesi di laurea, era accaduto quello che aveva sempre temuto. Il padre lo aveva convocato con aria solenne nel suo studio per una importante comunicazione, e lui aveva subito intuito quello che bolliva in pentola.
“Ho deciso di attaccare la bicicletta al chiodo, come si suole dire”, il vecchio aveva esordito fissandolo intensamente. “Sono stanco… e ho deciso di andare in pensione a fine anno. Naturalmente tu prenderai il mio seguito nella conduzione dello studio…” Aveva fatto una pausa a effetto prima di aggiungere: “Va da sé che nel frattempo dovrai impegnarti a fondo per superare l’esame di abilitazione.”
Il tono era stato di quelli che non ammettevano replica, e con cui l’uomo era solito imporre ai figli la propria volontà fin all’infanzia.
Il giovane aveva sentito la rabbia crescergli dentro ed era stato sul punto di reagire, ma era poi riuscito a controllarsi pensando bene di fare uso di tutta la diplomazia di cui era capace.
“Tu sai, papà, che è da molto tempo che ho in testa di fare l’investigatore privato, no?” gli aveva detto con basso tono di voce.
C’era stata qualche rara occasione in passato allorché, approfittando di qualche momento di relativa armonia tra loro, gli aveva accennato timidamente al suo proposito. Ma il vecchio si era sempre inalberato affermando che era per lui inaccettabile, e che se avesse cercato di realizzarlo, lo avrebbe visto come un atto di ribellione nei suoi confronti.
Aveva allora taciuto per non irritarlo, ma continuando a nutrire una certa fiducia di riuscire prima o poi a vincere la sua intransigenza. Questi episodi non avevano mai scalfito la sua ferma determinazione a vivere la sua vita senza condizionamenti, impegnandosi in ciò che riteneva fosse meglio per lui.
“E tu sai che non voglio neppure sentirne parlare”, il padre aveva replicato in tono duro.
“E’ la mia grande aspirazione, a cui non intendo rinunciare”, il giovane aveva ribattuto.
Il vecchio lo aveva allora guardato con quel genere di sorriso che un maestro rivolgerebbe a un allievo poco dotato che sia stato mal consigliato, e al quale bisogna indicare la giusta via. “Hai idea, Carlo, di quanto guadagni un investigatore privato?” gli aveva chiesto. “No? Te lo dico io, allora: quaranta, cinquanta milioni al massimo. E’ una cifra che non ti porterebbe da nessuna parte, e con cui non riusciresti a sostenere una famiglia. Pensi di poter fare a meno del benessere a cui sei stato abituato fin dalla nascita?”
“Me la caverò, e comunque i miei programmi per formarmi una famiglia sono a lunghissima scadenza.” Aveva esitato un istante prima di aggiungere: “E’ una professione che mi attrae molto. Mi piacerebbe cimentarmi nella risoluzione di casi di reati… di qualsiasi genere. Mi ci sento tagliato, e oltre tutto la vedo un po’ come un servizio sociale.”
“No. E’ un lavoro schifoso, e non si guadagna abbastanza neppure per una vita decorosa.” Aveva fatto una smorfia disgustata. “A meno di essere il titolare di una grossa agenzia con un gran numero di clienti, un semplice investigatore privato è sempre costretto a cercare qualcosa di extra da fare per sbarcare il lunario. Ne conosco bene alcuni, e posso assicurarti che sono degli spiantati.”
“Ma papà…”
“Non ci sono ma!” gli aveva urlato avvampando per la rabbia. La bava aveva cominciato a colargli dagli angoli della bocca. Il respiro, sempre ansimante per via delle Malboro, si era fatto ancor più affannoso. “Tu gestirai lo studio! Mettitelo bene in testa! Una mente brillante come la tua, non può andare sprecata in un lavoro da pezzenti. Arriverai in cima, diventerai un avvocato di grido, un principe del Foro. Questo è quello che ho sempre desiderato per te. Non puoi deludermi, Carlo. Guadagnerai una montagna di soldi… miliardi… in breve e con facilità.”
“Non ne faccio una questione di denaro, papà… Ci sono altre considerazioni che…”
“Cosa?!” lo aveva interrotto bruscamente. “Sputeresti sopra parcelle miliardarie? Ma in fondo… cosa ne saitu del denaro? Nulla. Ascoltami bene: il denaro è l’unica cosa che veramente conti nella vita. Quello viene anzitutto! Ho faticato quarant’anni per raggiungere il benessere, e l’ho fattoper la famiglia. Nessuno dei miei figli farà mai un lavoro che non renda abbastanza da consentire una vita agiata. Hai capito?”
“Sì, papà.”
“Bene.” Il vecchio si era calmato annuendo sollevato, felice di aver vinto la battaglia. “Ora organizzati in modo da essere in grado di prendere le redini dello studio per la fine dell’anno. D’accordo?”
“D’accordo, papà.”
Aveva ritenuto opportuno non irritarlo oltre, per non compromettere la sua già precaria salute. Era stato colpito da infarto due anni prima, e sebbene l’avesse agevolmente superato, il rischio di una ricaduta pendeva su di lui come una spada di Damocle.
Ma un mese dopo la laurea, col consenso tacito della madre che da sempre lo assecondava, era sgattaiolato fuori dalla famiglia. Aveva prelevato tutti i suoi risparmi, compresicinquanta milioni da un conto fiduciario aperto a suo nome dai nonni nel giorno del suo decimo compleanno, ed era volato a Londra. Lì aveva seguito un corso di addestramento di tre mesi, presso la London Institute of Investigations. Rientrato in Italia si era stabilito a Milano prendendo in affitto il bilocale in via Fatebenefratelli.
Prima di mettersi in proprio, era riuscito a farsi assumere a tempo determinato in una nota agenzia investigativa di Milano. Nei sei mesi in cui vi aveva lavorato, aveva guadagnato più di quanto fosse riuscito a mettere insieme aiutando il padre nello studio. Quell’esperienza gli aveva valso una buona pratica nelle tecniche della professione, che in seguito gli era tornata molto utile. Aveva infine allestito e aperto quel piccolo studio, facendo sì che si avverasse quel sogno che accarezzava fin da ragazzo.
Soltanto allora aveva ripreso i contatti col padre riuscendo aricucire in qualche modo lo strappo, grazie anche alla mediazione della madre. Il vecchio aveva finito col rassegnarsi di fronte al fatto compiuto, e rivolto la sua attenzione al secondogenito – anch’egli prossimo alla laurea in giurisprudenza –,quale suo possibile successore.
Ora, mentre correva alla volta di piazzale Loreto, avvertiva una certa irritazione al pensiero che, pur mantenendo un’andatura sostenuta, non sarebbe comunque riuscito ad arrivarvi in orario per l’appuntamento fissatogli da quel tizio che gli aveva telefonato quel mattino, poco dopo giunto in ufficio. Non c’era niente che più lo metteva a disagio del giungere in ritardo a un incontro di lavoro. Detestava correre il rischio di creare una immagine poco credibile di sé, soprattutto agli occhi di un potenziale cliente. Con tono d’urgenza, l’uomo all’altro capo del filo, gli aveva chiesto di poterlo incontrare nel suo ufficio alle nove e mezzo in punto, accennandogli a un incarico delicato che intendeva proporgli.
“Mi chiamo Giuseppe Gargiulo”, aveva esordito con voce metallica e autoritaria dalla chiara inflessione meridionale. “Un nostro comune conoscente mi ha fatto il suo nome per un delicato incarico che intenderei affidarle.” Dopo una brevissima pausa aveva proseguito: “Forse il mio nome non le dice niente, ma ritengo che abbia sentito parlare del Serraglio, quel locale notturno dalle parti di Loreto, che dirigo e di cui sono anche il proprietario.”
Era la prima volta che Fascetti sentiva quel nome. Gli era invece noto il locale notturno come luogo di fama dubbia, che una volta in passato aveva avuto modo di visitare nel corso di un’indagine affidatagli da una giovane moglie, ossessionata dal sospetto di infedeltà del proprio marito. Gran parte della sua clientela era rappresentata da uomini e donne, giovani e non, che desideravano sapere se i loro partner li tradivano. Purtroppo, dalle indagini emergeva quasi sempre una risposta affermativa.
Quella mattina, in assenza della segretariaammalata, Fascetti si era preparato da sé il caffè con l’uso della macchinetta napoletana. La routine giornaliera di sorbirlo mentre scorreva i titoli del Corriere della Sera, stando comodamente seduto alla scrivania, era per lui irrinunciabile. Ma quella telefonata gli aveva impedito di portarla atermine. Aveva dovutoprecipitarsi in strada e, saltato in auto, si era diretto a piazzale Loreto.
Niente male come inizio di settimana, si era detto.
Adesso, imboccato il vasto piazzale, ridusse sensibilmente la velocità e cominciò a girarvi intorno procedendo lentamente lungo il marciapiede, scrutando fuori dal finestrino alla ricerca di parcheggio.
Durante l’ultima ora, il tempo s’era andato rapidamente guastando. Il giovane alzò lo sguardo al cielo in cui si stavano addensando dei grossi nuvoloni che portavano con sé la minaccia di un temporale. Avvertì un senso di anticipazione per il refrigerio che un intenso acquazzone gli avrebbe procurato.
Il Serraglio occupava il pianterreno e seminterrato di un edificio signorile di sei piani che sorgeva ai margini del piazzale, ma il cui ingresso si trovava in una stradina laterale.
Riuscire a parcheggiare con successo in una zona a traffico tanto caotico e intenso come quella di Loreto, e per giunta nelle ore di punta, è un’impresa che richiede capacità di guida e intuitive non comuni. Spesso trovare un posto è quasi impossibile. Fascetti continuò a cercare per una decina di minuti e alla fine individuò uno spazio ristrettissimo proprio all’inizio di viale Monza. Dopo alcune manovre in retromarcia e con il volante in continua manipolazione, riuscì a incuneare la Golf tra una vecchia Mercedes e un furgoncino Fiat. Tutto sommato bene, pensò mentre usciva dall’auto fradicio di sudore. Si avviò lungo il marciapiede, ma fatti alcuni passi si fermò per voltarsi a guardare – con gli occhi di un bimbo che ammira un giocattolo nuovo – la luccicante vettura, che, soltanto due giorni prima aveva ritirato dalla concessionaria.
Varcò la soglia del Serraglio proprio nel momento in cui i primi goccioloni isolati di pioggia, che si annunciava torrenziale, cominciavano a cadere silenziosamente sull’asfalto.
2
Rosario Maldano – condirettore centrale della Banca Popolare Ambrosiana – trasalì quando la prima raffica di pioggia sferzò i vetri della enorme finestra. Vi stava addossato in piedi, le mani intrecciate dietro la schiena, nel suo ampio e sfarzoso studio sito al secondo piano dell’edificio sede della banca, che sorgeva all’inizio di via Meravigli a Milano.
Scrutò la strada sotto di lui, ma riuscì a malapena a distinguere, attraversò il velo liquido formato sui vetri dalla pioggia, la lunga fila ininterrotta di auto e di tram, che scorreva in direzione di piazza Cordusio, con una lentezza che l’ora di punta e il maltempo rendevano quanto mai esasperante.
Attendeva l’apertura della Borsa, in uno stato di crescente apprensione.
Come suo solito era arrivato alle sette e mezzo in punto, molto prima che l’ambiente cominciasse ad animarsi per la comparsa alla spicciolata degli altri cinque colleghi membri della direzione, e dei duecento e passa dipendenti – tra impiegati e funzionari –, che formavano l’organico della sede. Gradiva lavorare indisturbato immerso nel profondo silenzio del suo studio.
La atmosfera ovattata e tranquilla dei locali deserti nelle prime ore del mattino, priva di fastidiosi rumori, gli conciliava la riflessione. Inoltre, era quello il momento in cui più spesso gli capitava di dover fare o ricevere importanti telefonate, che preferiva tenere al riparo da orecchie indiscrete.
Si tolse le mani da dietro la schiena e si voltò quando sentì qualcuno bussare alla porta con tocco lieve.
“Avanti!”
“Buon giorno dottore”. Il commesso della direzione fece il suo ingresso. Depose sulla scrivania una tazzina di caffè espresso e il fascio dei quotidiani, ritirandosi poi dopo un breve inchino, con fare discreto e ossequioso.
Maldano mosse alcuni passi per raggiungere la scrivania e vi si sedette. Fece un respiro profondo, poi allungò una mano per accendere il terminale Bloomberg collocato alla sua destra. Lo schermo prese vita con un guizzo e lui lo fissò, lo sguardo accigliato.
Era un servizio informativo fantastico, capace di fornire nel giro di pochi millesimi di secondo – a chi sapesse veramente usarlo – qualsiasi dato disponibile. Riportava le quotazioni dei titoli a reddito fisso e azioni, nonché i tassi di cambio delle valute applicati nelle Borse valori di tutto il mondo. Su richiesta dava pure grafici aggiornati, rapporti di brokeraggio, informazioni di natura commerciale e finanziaria di qualsiasi genere, orari degli aerei e dei treni. Era uno strumento di lavoro altamente affidabile, irrinunciabile da parte di chiunque svolgesse quel genere di attività, in qualsiasi ruolo e a qualsiasi livello operativo.
Si spostò all’interno del sistema fino a raggiungere la sezione che riportava le ultime notizie. Cominciarono a scorrere nella parte inferiore dello schermo e lui si soffermò su quelle di politica e di economia, mentre girava il cucchiaino nella tazzina del caffè. Era il terzo che prendeva da quandoera arrivato, e non sarebbe stato di certo l’ultimo. Nelle giornate di maggiore tensione andava avanti a caffè. Fin dai primi sorsi avvertì l’accelerazione della frequenza cardiaca, e il brusco impennarsi della pressione sanguigna. Vi era abituato. Era una patologia che lo affliggeva ormai da oltre vent’anni. Era ben consapevole che i numerosi caffè, il fumo e la stessa Borsa non facevano che esasperarla, rendendo pressoché inefficace la compressa di antipertensivo che assumeva al mattino appena alzato.
Il tempo sembrava trascorrere con lentezza snervante. Mancava ancora un’ora al momento in cui su quello schermo verde iridescente sarebbero incominciati a scorrere, simili a vermi che strisciano scavando nel terriccio, i primi prezzi dei titoli azionari, in ordine cronologico e in rapida successione.
Nato a Palermo sessantadue anni prima da una famiglia della media borghesia, sposato – ma da molti anni non più felicemente –, e con un figlio ventenne, Maldano aveva conseguito la laurea in economia e commercio all’università di quella città. Aveva mosso i primi passi nel mondo della finanza alle dipendenze di una piccola banca siciliana, per passare poi ad altro più importante istituto di credito della regione. In quegli anni aveva sempre svolto mansioni impiegatizie.
Trasferitosi a Milano verso la fine degli anni Sessanta, era stato fortemente attratto dal mondo della Borsa nel periodo in cui aveva prestato servizio, come procuratore, presso lo studio di un noto agente di cambio. Trascorsi alcuni anni si era messo in proprio avendo superato brillantemente gli esami di concorso per l’abilitazione a quella professione, divenendo uno dei più affidabili esperti della piazza per la sua innata abilità di analisi del mercato azionario.
Sul finire degli anni Settanta, con una mossa a sorpresa che aveva suscitato meraviglia e perplessità a colleghi e amici, aveva liquidato lo studio di agente di cambio, ed era ritornato alla professione bancaria, motivando la decisione col forte richiamo che avvertiva da quel settore in cui aveva iniziato la sua attività lavorativa molti anni prima. Dopo alcuni incarichi minori presso due istituti di credito, era approdato sorprendentemente – col grado di condirettore centrale responsabile del settore titoli e finanza – alla Banca Popolare Ambrosiana, un istituto di medie dimensioni con un organico di tremila unità, e una rete molto capillare di dipendenze a Milano e nell’interland. Era di fatto succeduto a un membro della direzione messo a riposo. Visto il background, il commento unanime negli ambienti finanziari era stato: l’uomo giusto al posto giusto. Una valutazione che avrebbe trovato pieno riscontro nei fatti, negli anni che seguirono.
Ora, dopo quasi quarant’anni di intensa attività professionale, giunto all’apice di una carriera di tutto rispetto, Maldano aveva anch’egli maturato da tempo il diritto alla pensione. Era quello il momento in cui, normalmente, un uomo nella sua posizione e della sua età, si chiede se non sia giunto il momento di tirare i remi in barca, di chiudere con il lavoro per passare a un genere di vita meno eccitante, ma più tranquillo: quello del pensionato benestante.
Ma l’idea di lasciare la banca non albergava nella sua mente. Anzi, neppure lo sfiorava. Alla streguadi tanti altri suoi colleghi, era affetto da quella che in ambito bancario – ma non solo – è nota come la Sindrome dell’attaccamento alla poltrona. Che tradotto in parole povere significa strenua difesa del potere il più a lungo possibile, anche a costo di passare sul corpo della propria madre.
Il denaro e il potere erano sempre state le due cose per cui Maldano viveva; obbiettivi che tuttora continuava a perseguire con ogni energia e di cui aveva così finito per diventare schiavo. Un genere di vita della quale si era ridotto a non poter fare più a meno. Un comportamento comune, come noto, a molti dirigenti d’azienda.
Una sensazione di profondo malessere lo assaliva quando pensava che tra qualche mese, al compimento dei quarant’anni di anzianità contributiva, la banca avrebbe potuto far valere la propria facoltà di collocarlo a riposo. Non sopportava l’idea di dover rinunciare ai numerosi privilegi del suo status di alto dirigente, per cadere improvvisamente nell’anonimato, nella scialba quotidianità della quiescenza. Non riusciva a immaginarsi accoccolato in una comoda poltrona ad attendere che le sue arterie, ingombrate dalle scorie accumulate durante una esistenza di disordinate abitudini alimentari, cominciassero a produrre i loro effetti deleteri sulla suagià precaria salute. Sapeva che a tante grandi soddisfazioni avrebbe dovuto rinunciare, una volta a riposo. Quel profondo senso di gratificazione che quella vita eccitante, intensa e produttiva, gli procurava giornalmente, non sarebbe stato in un alcun modo replicabile nella condizione di pensionato. Ma c’era in lui la determinazione a fare in modo che il giorno della sua uscita di scena arrivasse il più tardi possibile. Se gli fosse stato consentito non sarebbe mai andato in pensione, ma avrebbe continuato a inseguire il potere e il denaro onnipotente fino alla fine dei suoi giorni.
Bevve l’ultimo sorso di caffè e poi sollevò lo sguardo ansioso all’orologio digitale appeso alla parete di fronte alla scrivania: mancava ancora mezz’ora all’avvio delle contrattazioni.
Per mitigare la tensione di cui era preda, si alzò e si mise a passeggiare su e giù per l’ampio studio.
Indossava un impeccabile doppiopetto gessato grigio scuro, tagliato su misura, che ricadeva a pennello sull’ossuta mole del suo fisico alto e allampanato, dalle spalle un po’ spioventi. Aspetto quest’ultimo che non toglieva alcunché alla maestosità della sua figura carismatica, che irradiava potere e sicurezza. La capigliatura ancora folta, era del tutto ingrigita. I lineamenti del volto abbronzato apparivano duri, ma erano dotati di una insospettata mobilità quando si scioglievano improvvisamente in larghi e accattivanti sorrisi. Gli occhi, piccoli e scuri, erano acuti e indagatori, mettevano in soggezione i suoi interlocutori. Nel complesso, Maldano aveva il contegno di chi è abituato al comando, e, soprattutto, si attende obbedienza incondizionata dai suoisottoposti.
Ritornò a sedersi, e cercò di concentrarsi – ma con scarso successo –sullavoro di cui aveva una notevole mole da smaltire. Guardò il cestello della posta in arrivo e delle questioni urgenti. Era strapieno di lettere e di pratiche che attendevano la sua firma per essere evase, ma invece di tirarlo a sé per mettervi mano, stette a fissare il vuoto con espressione perplessa, indecisa. In un angolo della scrivania c’erano alcuni tabulati di portafogli clienti. Ne prese uno e spiegatolo davanti a sé cominciò a esaminarlo di malavoglia e superficialmente.
Improvvisamente lo ripiegò e lo ripose sul mucchio, spostando lo sguardo sul fascio dei quotidiani. Assorbito come era dal pensiero della imminente apertura della Borsa, aveva perfino dimenticato di scorrerli. Come se un’idea gli fosse balenata nella mente, prese il Corriere della Sera e cominciò a sfogliarlo frettolosamente soffermandosi soltanto sui titoli degli articoli, come fosse alla ricerca di una notizia specifica che lo interessava.
C’era un pezzo in quarta pagina che attirò la sua attenzione, e si mise a leggerlo, il volto atteggiato a enorme interesse.
TUTTORA NON IDENTIFICATA L’AUTO PIRATA CHE HA TRAVOLTO,UCCIDENDOLO, IL GIOVANE FUNZIONARIO DELLA BANCA POPOLARE AMBROSIANA.
Sono proseguite senza sosta nei giorni scorsi, ma infruttuosamente, le indagini della Polizia per rintracciare l’auto pirata che, nella notte tra mercoledì e giovedì della scorsa settimana, ha investito, provocandone la morte, Claudio Morelli, un funzionario della Banca Popolare Ambrosiana,
Come noto, il corpo senza vita del giovane era stato rinvenuto in una strada secondaria che fiancheggia il parco Ravizza, in prossimità di un attraversamento pedonale con semaforo.
I rilevamenti della Scientifica non hanno fatto che confermare la versione –subito formulata – dell’incidente stradale. Ad avvalorarla, è soprattutto lo stato miserevole in cui è stato trovato il cadavere. L’esame necroscopico ha rivelato la presenza di graviferite, traumi e fratture multiple in varie parti del corpo, che a detta della Polizia sarebbero compatibili con l’impatto con un’auto investitrice. Inoltre, tracce di battistrada di pneumatici sono state riscontrate sugli indumenti della vittima.
Appare quindi molto verosimile che Claudio Morelli sia stato falciato da un’auto mentre attraversava il passaggio pedonale con semaforo disattivato a quell’ora notturna. A rendere ancora più plausibile questa ipotesi è il tasso alcolemico largamente superiore alla norma, rilevato nel sangue del malcapitato. Il che indurrebbe a ritenere che lo stato di ebbrezza in cui lo stesso si muoveva, era tale da aver potuto contribuire notevolmente a provocare l’infortunio.
Come noto, trattasi dell’ultimo di una lunga serie di casi analoghi verificatisi negli ultimi due anni sul territorio nazionale, tutti caratterizzati da omissione di soccorso da parte degli investitori.
Secondo le statistiche dell’ACI, sulle strade italiane muoiono ogni giorno due pedoni. La media è di quarantacinque investimenti al giorno, due dei quali mortali. Su un totale di 16.000 pedoni che ogni anno rimangono coinvolti in incidenti stradali, oltre 1.500 (il 13 per cento) restano feriti e più di 800 (il 6 per cento) perdono la vita.
Il totale di quelli che rappresentano veri e propri atti di pirateria, ha ormai assunto proporzioni allarmanti, ed è in costante crescita. L’Automobile Club ricorda che, secondo l’articolo 189 del Codice della strada, l’automobilista, “in caso di incidente ricollegabile al suo comportamento, ha l’obbligo di fermarsi per prestare l’assistenza”. Chi non rispetta questa norma incorre nell’arresto stabilito per la fragranza di reato, con una pena complessiva dai quattro ai dodici mesi di reclusione, una multa fino ai due milioni di lire, e la revoca della patente.
Come riferito in precedenza da queste colonne, il caso Morelli si distingue dagli altri per un importante particolare. Il giovane funzionario della Bpa, al momento del ritrovamento del suo corpo, era ricercato dai Carabinieri poiché scomparso il 19 dello scorso mese di luglio, con una grossa somma di denaro che amministrava per conto di un gruppo di risparmiatori. Non ne è nota l’entità, ma, secondo indiscrezioni, dovrebbe aggirarsi sui trentamiliardi di lire.
La direzione della Bpa, interpellata, ha tenuto a precisare che i truffati non sono suoi depositanti, ma bensì amici e parenti del defunto. Fidandosi ciecamente di lui, gli avevano affidato in gestione i loro risparmi ricevendo la promessa di farli fruttare al massimo. A partire dal momento in cui Morelli avevafatto perdere le proprie tracce, la Bpa era stata presa d’assalto –anche con numerose telefonate – dalla clientela allarmata. Grande era stato lo sconcerto e la rabbia di coloro ai quali era stato comunicato che, nella contabilità della banca, non appariva evidenza alcuna di quel denaro che loro –allettati dal miraggio di facili guadagni – avevano affidato a occhi chiusi allo scomparso. Da nessuna parte ne restava traccia. Sembrava essersi volatilizzato assieme a lui. Le persone raggirate sono alcune decine:artigiani,piccoli imprenditori, pensionati.
La procura di Milano ha aperto un fascicolo giudiziario, che contiene come ipotesi di reato l’appropriazione indebita e la truffa.
Morelli ricopriva il grado di funzionario nell’organico della Bpa, di cui dirigeva il comparto Titoli e gestioni patrimoniali. Era pertanto quotidianamente dedito all’attività di Borsa in cui, secondo indiscrezioni filtrate dalla banca stessa, era pesantemente impegnato con grosse operazioni speculative, che eseguiva in proprio.
Maldano, terminata la lettura, ripiegò il giornale e lo ripose sulla pila degli altri quotidiani, poi ritornò con lo sguardo al monitor.
Un lieve sorriso compiaciuto gli affiorò sulle labbra, mentre lanciava un’altra occhiata all’orologio digitale.
3
Giuseppe Gargiulo non avrebbe potuto scegliere un nome che meglio si addicesse al proprio locale notturno.
Come noto il termine ‘serraglio’, nella comune accezione della lingua italiana, è adoperato per indicare genericamente un luogo in cui sono radunati animali esotici o poco comuni, destinati a essere mostrati in pubblico. Nei paesi ottomani è invece usato per distinguere quell’area proibita del palazzo del sultano, detta anche harem, in cui alloggiano le sue mogli e numerose concubine.
Ovviamente, era con la seconda definizione che il Serraglio presentava una vaga analogia. Quanto all’aspetto della proibizione, l’accesso al night era consentito soltanto ad avventori di sesso maschile, e purché disposti a sborsare cospicue somme di denaro per trascorrere alcune ore in compagnia di splendide fanciulle in abiti succinti, che, solitamente, non disdegnavano concedersi in privato dopo la chiusura del locale.
Fascetti attraversò a passi lunghi e sicuri l’ampia sala del bar-ristorante che occupava il pianterreno, pressoché deserta a quell’ora del mattino. Una bionda ossigenata da cardiopalmo, stava appollaiata dietro la cassa con aria annoiata, ma quando lo vide sembrò animarsi e gli lanciò uno sguardo colmo di apprezzamento, accompagnandolo con un sorriso da pubblicità del dentifricio, che non avrebbe potuto essere meno seducente di quello della favorita di un sultano. Lui, tutt’altro che insensibile al fascino femminile, le sorrise di rimando.
Il detective aveva un portamento atletico e un aspetto fisico che non poteva passare inosservato all’altro sesso. Di età sulla trentina, era alto un metro e ottanta. Sul volto abbronzato, dai lineamenti regolari, risaltavano due grandi occhi verdi. La corporatura, dalle spalle larghe, appariva snella ma insieme robusta, e l’im-peccabile doppio petto chiaro in pettinato estivo, celava quel genere di fisico muscoloso di cui sono dotati coloro che praticano una costante attività fisica.
Discese la breve rampa di scale che portava al seminterrato dove era ubicato il night club vero e proprio. La sala, del tutto deserta, era avvolta da un’intensa penombra. Le pareti erano un mosaico di ampi pannelli a specchio che riflettevano l’intero ambiente facendolo apparire più ampio, in quanto ne rendevano indistinto il perimetro. Fascetti avvertì una sorta di lieve disorientamento, subito attenuato dal fresco gradevole della temperatura climatizzata. Quando la sua vista si fu assuefatta alla semioscurità, vide profilarsi dall’altra parte dell’ampia sala, la figura di un energumeno che, le braccia incrociate sul petto, stava appoggiato con la schiena alla parete, accanto a un passaggio ad arco che immetteva in un lungo corridoio. Si diresse verso di lui camminando a slalom tra i tavoli vuoti, e attraversando una piccola pista da ballo circolare. Quando gli fudavanti, notò che aveva un cipiglio aggressivo, quasiminaccioso, e sembrava montare la guardia come uno scrupoloso sorvegliante. Era corpulento, di elevata statura e del tutto calvo, con due occhi porcini dall’espressione ottusa, ma cattiva. Ma ciò che rendeva più sgradevole il suo aspetto era il naso imponente che occupava gran parte di un volto le cui guance rubizze erano due reticoli di capillari rotti dall’abuso di alcolici. Lo sguardo di Fascetti cadde sul rigonfiamento che la giacca dell’uomo presentava sotto l’ascella. Soltanto un cieco non si sarebbe accorto che aveva una fondina con inserita una rivoltella. Non ebbe allora alcun dubbio di trovarsi di fronte alla guardia del corpo di Gargiulo.
“Mi chiamo Fascetti”, disse, “e devo vedere il signor Gargiulo.”
“A che proposito?” Il tono di voce baritonale si addiceva al suo aspetto.
“Non saprei, visto che mi ha convocato telefonicamente solo per dirmi che desidera parlarmi. Che ne direbbe di accompagnarmi da lui perché io possa scoprire di che si tratta?” Gli sorrise con ironia.
L’omaccione lo squadrò da capo a piedi con aria diffidente, e corrugò la fronte in uno sforzo di concentrazione che pareva sprigionare un’energia psichica tanto intensa da essere forse in grado di spostare un pianoforte a coda.
“Va bene”, disse infine annuendo. Si mosse indicandogli di seguirlo con un cenno della testa.
Attraversarono il passaggio ad arco e percorsero un corridoio lungo il quale erano allineati numerosi locali dalle porte chiuse. Ilpavimento era rivestito con soffice, pregiata moquette di un marrone chiaro, in cui affondavano le scarpe dei due uomini. Si fermarono davanti a una porta massiccia di legno scuro su cui campeggiava una grossa targa in ottone lucidata a specchio con la scritta Direzione. L’energumeno batté con le nocche tre rapidi colpi. Un segnale convenzionale di sicurezza, Fascetti pensò; quasi all’istante si udì lo scatto del dispositivo elettrico che azionò dall’interno l’apertura della porta. Indugiarono sulla soglia di un ampio studio sontuosamente arredato. Dietro una massiccia scrivania di mogano scuro, sedeva un uomo tarchiato dalle spalle larghe e gli occhi chiarissimi al punto da sembrare quasi incolori, simili a due cubetti di ghiaccio.
Mostrava un’età compresa tra i quaranta e i quarantacinque anni. La capigliatura, ancora folta, presentava qualche lieve striatura di grigio sulle tempie. Il labbro superiore era adornato da un paio di baffi spioventi ben curati, la bocca lievemente contorta in una perenne smorfia di sprezzo.
“Si?” disse fissando i due uomini con espressione interrogativa.
“Sono Carlo Fascetti, signor Gargiulo, lei mi ha telefonato stamattina”.
“Ah! Venga pure avanti signor Fascetti.” Lo disse con il sussiego di un uomo potente e facoltoso.
Gargiulo non era solo: c’era un giovane sulla trentina che stava in piedi davanti alla scrivania, l’atteggiamento rispettoso e sottomesso di un dipendente che si trova lì per ricevere istruzioni di lavoro dal suo capo. Molto alto e magro, capelli corti, aveva il fisico asciutto e muscoloso di chi dedica alla palestra alcune ore della propria giornata. Vestiva in modo pratico: jeans e tshirt. Un tipo di abbigliamento che strideva con il lusso dell’ambiente. A un cenno di Gargiulo uscì frettolosamente lanciando un’occhiata distratta al nuovo arrivato. Il detective avrebbe giurato–dato anche il genere di locale –che si trattava di un buttafuori.
Il padrone del night rivolse lo sguardo al Nasone come per intimargli di lasciarli soli, e attese che scomparisse chiudendosi silenziosamente la porta alle spalle. Poi, restando seduto, tese con aria di sufficienza una mano grassoccia che Fascetti afferrò, mentre con l’altra indicava una poltroncina in pelle davanti alla scrivania. Il detective vi prese posto pensando che Napoleone non si sarebbe comportato in maniera diversa.
L’atmosfera dell’ambiente era gradevole, ovattata e la stanza sembrava insonorizzata. In quel momento il silenzio furotto dai rintocchi di una pendola affissa alla parete accanto alla porta.
I due uomini si studiarono per qualche secondo, poi Fascetti mormorò qualche parola di scusa a proposito del ritardo dovuto all’intenso traffico. Gargiulo fece un gesto noncurante come per minimizzare, e invece gli chiese: “Le andrebbe di bere qualcosa?”
“Volentieri”, rispose. “Sebbene faccia molto caldo, non disdegnerei una vodka con ghiaccio.”
L’uomo si alzò e, seguito dallo sguardo dell’ospite, si avvicinò a un mobile bar addossato a una parete, i cui sportelli di vetro recavano incisi esotici motivi floreali. Indossava un abito estivo marrone, d’ottimo taglio, e pareva muoversi con fatica, appesantito dalla corpulenta mole. Non era proprio obeso, ma sulla buona strada per diventarlo. Si affaccendò davanti al bar per qualche minuto e, con pochi movimenti rapidi ed essenziali, preparò in fretta due bevande. Porse a Fascetti un bicchiere largo e tozzo in cui tintinnavano i cubetti di ghiaccio. Ritornò a sedersi dietro la scrivania e bevve un lungo sorso. Sembrò riflettere intensamente mentre teneva lo sguardo incollato sul giovane, gli occhi simili a sottili fessure.
“L’ho chiamata, signor Fascetti”, disse senza preamboli, “poiché intendo proporle di condurre un’indagine per mio conto.” Il tono di voce era basso e gelido, ma chiaro e incisivo al tempo stesso. Fascetti bevve un sorso di vodka e non batté ciglio, mentre manteneva lo sguardo interrogativo posato sul suo ospite.
“Si tratta di un incarico delicato”, Gargiulo continuò”, il cui buon esito riveste perme molta importanza. Va da sé che sarei disposto a corrisponderle, per il suo disturbo, un compenso più che adeguato.” Attese per qualche secondo fissandolo ancor più intensamente prima di aggiungere: “Diciamo… una ventina di milioni. Che gliene pare?” Fascetti non rispose subito, e sembrò meditare strofinandosi il mento con la punta delle dita. Era perfettamente in grado di controllare le sue emozioni, e pertanto apparve imperturbato, quasi che proposte di lavoro concompensi di quel livello fossero per lui il pane di tutti i giorni. Continuando a sostenere con disinvoltura lo sguardo penetrante dell’altro rispose infine abbozzando un lieve sorriso: “Be’… su una cifra simile non ci sputerei sopra, ovviamente.” Ma si affrettò ad aggiungere: “Però dipende…”.
“Da cosa?”
“Dal tipo di indagine, naturalmente.”
Le labbra dell’altro si schiusero in un largo sorriso che rese visibile una dentatura irregolare e ingiallita dal fumo.
“E’ ovvio che mi attendevo una risposta del genere”, disseportandosi alle labbra il bicchiere per prendere un altro breve sorso. “Può essere certo che non si tratta di niente d’illecito. E’ un lavoro interessante per un giovane professionista come lei… Almeno così ritengo. Se si trattasse di qualcosa di poco pulito, mi sarei rivolto a qualcun altro.” Fece una breve pausa. “Vede, signor Fascetti, prima di telefonarle ho assunto informazioni sul suo conto. Sono un uomo molto preso dal mio lavoro, il mio tempo è denaro, ma ciò malgrado so essere meticoloso nelle decisioni che prendo.”
Con lo sguardo assorto posato sul bicchiere, si grattò una guancia con le dita tozze di una mano e Fascetti notò che necessitava di una rasatura.
“Desidero che lei indaghi sulla morte di un uomo”, disse infine. Tacque per qualche secondo per studiare l’effetto delle sue parole sul volto del giovane che, questa volta, non riuscì a mascherare la propria sorpresa.
“Si chiama Morelli”, continuò, “Claudio Morelli. Alcuni giorni fa è rimasto ucciso in un incidente stradale dalle parti del parco Ravizza. Sembra che sia stato investito da un auto il cui conducente non si èfermato a soccorrerlo. Ilcorpo, privo di vita, è stato rinvenuto, intorno alle due di notte, credo, su una stradache fiancheggia il parco. La Polizia afferma che, stando alle apparenze, si può ragionevolmente ritenere che si sia trattato di una semplice disgrazia, e come tale sembra orientata a liquidare il caso. Ma sulla base di alcuni indizi di cui dispongo e che non posso al momento rivelarle, ho motivo di ritenere che l’uomo sia stato assassinato. Ora, le chiedo di indagare per stabilire i fatti e le circostanze esatte che hanno determinato la sua morte, e se abbiamo di fronte un omicidio, cosa di cui sono quasi certo, desidero che lei ne identifichi il colpevole e l’eventuale mandante.”
Mentre l’ascoltava, Fascetti ricordò d’aver letto, qualche giorno prima sul Corriere della Sera, nelle pagine delle cronache milanesi, la notizia di un funzionario di banca che si era reso improvvisamente irreperibile con i risparmi di un gruppo di clienti, e poi, a distanza di due settimane dalla scomparsa, era stato rinvenuto cadavere nei pressi di un parco, apparentemente travolto da un’auto. Prima del ritrovamento, era ricercato dai carabinieri e il detective sospettò che si trattasse della stessa persona di cui parlava il suo interlocutore.
Gargiulo rimase in silenzio e Fascetti apparve interdetto, combattuto. Ebbe l’impulso di declinare l’offerta, affermando che se l’avesse accettata sarebbe stata la prima volta che si occupava di un caso di omicidio, e che non era proprio quello il genere di indagine in cui si era specializzato. A dire il vero, però, non era del tutto digiuno delle tecniche investigative degli omicidi, per averne acquisito una certa conoscenza teorica durante il corso di addestramento a Londra. Fu tentato di precisare che erano i casi d’infedeltà coniugale e spionaggio industriale quelli che lo vedevano maggiormente impegnato, anche se non erano infrequenti incarichi di altra natura.Ma rifletté che, purtroppo, l’esasperante stasi del lavoro in quel periodo dell’anno non gli consentiva di declinare proposte di alcun genere, e con maggior ragione se venivano offerti compensi in quella misura. Il suo era un mestiere abbastanza redditizio – contrariamente a quanto sosteneva il padre –
ma soggetto a fasi, talvolta prolungate, di scarsa attività. Oltretutto, l’incarico poteva rivelarsi una esperienza nuova, di arricchimento professionale, per non dire che Gargiulo aveva una personalità che particolarmente lo intrigava. Tuttavia ritenne di tergiversare un po’ simulando una certa perplessità, quasi non avesse ben compreso le implicazioni dell’indagine che avrebbe dovuto condurre.
“Mah… se ho capito bene, signor Gargiulo”, disse,“questo tale è stato travolto da un’auto e ucciso. Lei pensa che si sia trattato di omicidio premeditato da parte di qualcuno che lo voleva morto. Desidera venga scoperto l’assassino e il movente. Giusto?”
L’altro annuì.
Il giovane rimase in silenzio e parve meditare ancora per qualche secondo, poi disse deciso: “La prego di scusare la mia franchezza, ma mi stupisce la disinvoltura con cui lei mi chiede di risolvere un caso del genere… come se si trattasse di un gioco da ragazzi.”
Un’espressione contrariata affiorò sul volto di Gargiulo che inarcò le folte sopracciglia.
“Signor Fascetti…”, disse sommessamente con un tono di voce che conteneva una nota di fastidio, “…non m’interessa affatto che lei sia sorpreso o no, e non ho mai affermato che si tratta di un gioco da ragazzi. Le ho fatto una proposta che non credopossa definirsi inusuale per un detective privato, anche se alle prime armi come lei.” Si portò alle labbra il bicchiere e bevve un abbondante sorso. “Vede, caro amico, io so che lei è il capo di sé stesso, ossia insieme il titolare e l’unico dipendente dell’agenzia investigativa. Questo mi sta bene, ed è il motivo principale che mi ha indotto a selezionarla. Capisce… avrei potuto fare ricorso a una delle tante prestigiose agenzie di cui sono piene le Pagine gialle, ma di quelle non mi fido. Se lo avessi fatto avrei forse messo a repentaglio quel requisito di riservatezza cui annetto estrema importanza. Ed è per questo che mi attendo la massima discrezione da parte sua sulla natura del nostro colloquio, anche se rifiuterà la mia offerta.”
“Può contarci.” Il tono era pacato.
“Peraltro mi risulta”, Gargiulo riprese, “che in questo periodo il suo lavoro sia ridotto al lumicino… Non è vero?”
“Non sono alla disperazione.”
“Bene… allora tornando alla mia proposta… deve soltanto darmi una risposta. Se non le sta bene non ha che da dirlo, e io mi rivolgerò a qualcun altro.” Incrociò le braccia con l’aria di attendere.
Fascetti rimase assorto per quasi un minuto mentre lanciava, per la prima volta, uno sguardo furtivo al lussuoso arredamento dello studio: pareti beige tappezzate in stoffa, soffitto lievemente più scuro, quadri d’autore, un largo divano e due poltrone in pelle pregiata. L’illuminazione era assicurata da una serie di faretti incassati sul soffitto, che emanavano una vivida luce azzurrognola. Tutto in quella stanza parlava di potere e opulenza, di soldi veri. Lo fissò di nuovo e i loro sguardi si incrociarono. Quegli occhi quasi incolori lo turbavano e inquietavano al tempo stesso.
“D’accordo”, disse infine. “Accetto, benché continui a pensare che non si tratterà di una passeggiata.”
“Bene.” Gargiulo sorrise ignorando quell’ulteriore affermazione. Prese da un cassetto della scrivania un carnet di assegni e, afferrata una stilografica da un portapenne, ne compilò uno con un gesto rapido e deciso. “Cinque milioni subito”, disse staccandolo. Si sporse in avanti sopra la scrivaniae glielo porse. “Il saldo a lavoro ultimato.”
“D’accordo”, il giovane ripeté prendendolo. Lo sbirciò, lo piegò in due e se lo infilò nel taschino della giacca.
Gargiulo si appoggiò allo schienale della poltrona con aria rilassata, si accese una sigaretta e prese ad accarezzarsi ibaffi con le dita corte. Fascetti notò che il dorso della mano era ricoperto da una folta peluria.
“Dunque”, disse in un tono di voce divenuto più conciliante. “Ho alcune informazioni da darle per renderle più agevole l’avvio delle indagini. Questo Morelli è un dipendente, o meglio era un dipendente, della Banca Popolare Ambrosiana il cui condirettore responsabile della finanza, è un certo Maldano, Rosario Maldano, d’origine siciliana. Mi risulta che Morelli fosse alle sue dipendenze dirette e operasse in Borsa per conto della banca, e che tra l’altro amministrasse clandestinamente i risparmi di un nutrito gruppo di persone. Conosce questo Maldano?”
“No.”
“Le dirò, a titolo di pura curiosità, che circolano pettegolezzi su di lui in merito a sue presunte inclinazioni omosessuali.”
“Ah!” Esclamò. Sembrò riflettere un attimo e poi sorrise stringendosi nelle spalle come a dire: “Non c’è da meravigliarsene al giorno d’oggi.”
“Morelli abitavacon una sorella in una villetta dalle parti di San Siro”, l’altro riprese. “Si chiama Chiara e sembra che si sia trasferita dal loro paese di origine alcuni mesi fa, per cercare lavoro.” Scribacchiò in fretta qualcosa su un foglietto di carta e glielo porse. “Questo è l’indirizzo. Per quanto ne sappia, in passato Morelli non ha mai avuto problemi d’alcun genere. Poi, improvvisamente, una ventina di giorni fa la sorella ne denuncia la scomparsa, e, dopo qualche giorno, un gruppo di risparmiatori le cui risorse amministrava, reclama alla banca il proprio denaro, ricevendo risposta che nei suoi registri non se ne trova traccia. La scorsa settimana, infine, viene rinvenuto cadavere nei pressi del parco Ravizza, apparentemente travolto da un auto, ma della grana neppure l’ombra. Il caso ha avuto ampia risonanza, e immagino che lei abbia letto i giornali.”
Fascetti annuì mentre l’altro continuava: “Gradirei essere tenuto costantemente al corrente degli sviluppi delle sue indagini e di ogni minimo dettaglio significativo che lei dovesse acquisire. Su questo punto dobbiamo chiaramente intenderci.”
“Non ci saranno problemi al riguardo, può stare tranquillo.”
Gargiulo sbatté le ciglia. “Non sono in possesso di altri elementi”, disse. “Le ho riferito tutto ciò di cui sono a conoscenza e gradirei che lei cominciasse al più presto.”
“Certo, anche oggi stesso.” Fascetti si alzò, si avvicinò al mobile bar e depose il bicchiere vuoto sull’apposito ripiano. Ritornò verso la scrivania dicendo: “Mi metterò in contatto con lei non appena avrò qualcosa di concreto. Potrebbe non sentirmi per qualche tempo, dipende da come andranno le cose. In ogni modo farò del mio meglio per tenerla informata.” Tacque per qualche secondo prima di aggiungere: “A lavoro ultimato le stenderò un rapporto dettagliato… anche in triplice copia, se lo desidera.” Pronunciò quelle ultime parole con un sottile tono ironico, che a Gargiulo parve sfuggire. Si limitò ad annuire stringendo le labbra. Poi disse: “Bene… se lo farà ne sarò altamente soddisfatto.” Tacque un attimo prima di soggiungere: “Questo è tutto, quindi. Le auguro buona fortuna.” Schiacciò la sigaretta nel posacenere, un gesto per indicare che il colloquio era terminato. Lo stava congedando.
Fascetti rimase immobile in piedi davanti alla scrivania.
“Non crede, signor Gargiulo”, disse a bruciapelo, “che sia doveroso un ulteriore chiarimento da parte sua?”
L’altro gli gettò un’occhiata sorpresa, ma durò un istante e sul suo volto ricomparve l’espressione ostile, lo sguardo vitreo.
“Mi domando”, Fascetti proseguì, “la ragione per la quale lei è interessato a questa faccenda. Insomma, perché desidera indagare sulla morte di quest’uomo per identificarne l’eventuale assassino? Vorrei cercare di capire il senso del suo intervento.”
Ora i muscoli del volto di Gargiulo si contrassero. Abbassò lo sguardo e intrecciò le mani posandole sulla scrivania. Prese a strofinare tra loro i polpastrelli dei pollici.
“Ho i miei motivi per desiderare queste informazioni”, disse seccato. “Non credo di essere tenuto a spiegarli a lei, anche perché sono di natura strettamente personale. Lei deve limitarsi a fare il suo mestiere d’investigatore privato, perciò è pagato, e quanto le ho detto dovrebbe bastarle.”
“Non mi basta”, l’altro ribatté. “Ma per il momento potrebbe starmi bene. In ogni caso mi riservo di retrocedere dall’incarico laddove, durante le indagini, dovessero insorgere elementi di rischio per la mia incolumità fsica. In tale evenienza le restituirei l’acconto, naturalmente.”
L’altro restò in silenzio per quasi un minuto, quindi annuì lentamente. “D’accordo… le dirò perché il caso mi interessa”, disse. “Anche se pensavo che l’avesse intuito.”
L’aveva intuito, ma preferiva averne conferma esplicita.
“Tempo addietro”, Gargiulo proseguì, “affidai a Morelli una cospicua somma di denaro col compito di investirla al meglio. E’ scomparsa assieme a lui, e ritengo che chiunque l’abbia fatto fuori se ne sia impossessato insieme con l’intero malloppo. Pertanto, scovare l’assassino è l’unica speranza che mi resta per cercare di recuperarla.” Lo sguardo si era fatto glaciale e a Fascetti parve quasi di palpare nell’aria la tensione e l’astio che emanavano dal suo corpo. In quel momento ebbe la sensazione che, in una situazione conflittuale, quell’uomo avrebbe potuto rivelarsi più pericoloso perfino del suo bodyguard che stazionava fuori dallo studio.
“E se la sua ipotesi dovesse rivelarsi infondata?” Fascetti gli domandò.
“Onorerei comunque il mio impegno con lei a condizione, s’intende, che porti l’indagine a termine incastrando il colpevole.”
“E se non venissi a capo di niente?”
“Potrà tenersi l’anticipo per il disturbo.”
Il detective annuì guardando l’ora: le dieci e mezzo.
“E’ bene che mi metta subito al lavoro”, disse. “E’ probabile che riesca a vedere Maldano oggi stesso. Vorrei cominciare da lui.”
“D’accordo, Signor Fascetti”, disse l’altro lisciandosi il mento con aria soddisfatta. Il tono di voce era ritornato normale.
La tensione si era attenuata e il proprietario del Serraglio continuò: “Ho fiducia nelle sue doti d’abile investigatore, signor Fascetti.” Prese ad accarezzarsi i baffi spioventi. “La prego di credermi che non la sto adulando. Ma la prego di nuovo di voler mantenere il più stretto riserbo. Non desidero si venga a sapere in giro, almeno per il momento, che sono stato io a commissionarle l’indagine.” Si appoggiò allo schienale della poltrona.