Chiudete quelle squole!
Diario di un prof pentito
Published by Giuseppe Meligrana Editore at Smashwords
Copyright Meligrana Editore, 2012
Copyright Luciano Castellano, 2012
Tutti i diritti riservati
ISBN 09788897268505
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Indice
CAPITOLO PRIMO - L’esperienza incubo nelle s.p.a.
La prima prova scritta: italiano
La seconda prova: Matematica... e i privatisti danno i numeri
Il giorno della valutazione finale
CAPITOLO SECONDO - La s.p.a. del mal(a)ffare
CAPITOLO TERZO - La scuola della depressione
POSTFAZIONE - Testimonianze critiche (in ordine alfabetico)
Chiudete quelle squole! Su carta
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Luciano Castellano è nato a Torre del Greco (Napoli), alle falde del Vesuvio, dove ha vissuto fino alla laurea. Giovanissimo ha iniziato a insegnare Storia e Filosofia nel Liceo di Roccadaspide prima e di Agropoli poi. Il suo primo libro “Filosofia di classe per tutti” ha vinto il premio narrativa 2010 “Mario Soldati” ed il premio “Internazionale Pomigliano d’Arco”. Docente nei corsi abilitanti, per molti anni è stato “Funzione obiettivo e strumentale per l’aggiornamento degli insegnanti”. Medaglia d’oro “Comune di Roccadaspide” per meriti culturali, nel gennaio 1979, tre anni fa, tramite internet, è riuscito a contattare circa cinquecento ex alunni, alcuni in lontani paesi europei, (tre professori universitari, molti affermati professionisti e, soprattutto, tanti cittadini onesti). In pensione come professore, insegna all’università popolare della terza età ad Agropoli.

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A Davide
che, nonostante il marcio del nostro tempo,
crede nell’onestà e nella giustizia.
La disperazione più grave che possa impadronirsi di una società
è il dubbio che vivere onestamente sia inutile.
Corrado Alvaro
CAPITOLO PRIMO
L’esperienza incubo nelle s.p.a.
Allora gli esami di maturità si svolgevano nel bel mezzo dell’afoso luglio. Quell’anno, terminati gli esami, quando ormai stavo lasciando il paese dove avevo prestato servizio, un piacevole borgo dell’Irpinia dal clima fresco e ventilato, una mamma si sdraiò letteralmente davanti alla mia Fiat 127 rossa. Riuscii a scansarla, mentre continuava a urlare: «Maledetto professore! Pure a te, pure a tuo figlio devono fare lo stesso male che hai fatto al mio.» Quale male? Quello di essere stato l’unico fessacchiotto della commissione ad accettare l’incarico ministeriale di esaminatore? Tutti i colleghi nominati dal Ministero e lo stesso Presidente avevano rinunciato perché, a differenza mia, si erano informati: l’anno precedente in quell’istituto parificato si erano verificati gravi illeciti penali per una truffa perpetrata da parte del Presidente e di un componente della commissione d’esame. Avevo fatto male, sentendomi investito di un incarico affidato dallo Stato, a tentare di fare il mio dovere? Di sicuro il gestore, il proprietario della scuola, non aveva previsto che la psicologia, l’età giovanile e la morale kantiana del professorino, miscelate alle idee gramsciane e di Calamandrei, avrebbero prodotto una combinazione esplosiva.
Qualcuno, forse, aveva sperato in cuor suo che il professore trentenne non avrebbe accettato una sede disagevole, raggiungibile quotidianamente con difficoltà dalla sua scuola di servizio e non coincidente con la residenza; oppure che avrebbe avuto paura.
Paura di che? Non mi ero reso conto del pericolo, avvolto nella mia incosciente temerarietà, neppure quando il proprietario dell’unica pensione del paese dove alloggiavo, una volta ultimata la correzione delle prove scritte, mi disse: «Fate attenzione alla vostra 127 rossa, potrebbe bruciarsi.» Perché? Cosa stavo facendo di male? Ero incappato, per la prima volta, in una scuola privata.
Sì, privata, priva di tutto: di dignità, professionalità e minima decenza, scuola che di seguito chiamerò scuola privata s.p.a., ovvero scuola privata affaristica. L’acronimo sta pure per: scuola porcheria autorizzata.
Consapevole di trovarmi in una s.p.a., avevo preteso dai componenti supplenti della commissione, nominati sollecitamente dal Provveditore, che gli esami scritti si svolgessero in un clima sereno, senza sotterfugi truffaldini e con trasparente legalità. Avevo abbandonato la veste di educatore e insegnante per indossare la maschera, come direbbe Pirandello, dell’esaminatore, convinto di dover fare il mio dovere di commissario nominato dal Ministero, dallo Stato. Quello di cui parla Calamandrei nel suo libro “Lo Stato siamo noi”.
La prima prova scritta: italiano
La scuola aveva un portone antico, grande come quello di una chiesa madre.
Le aule, con i banchi sgangherati, alcuni dei quali antichi ancora col porta calamaio, erano delle stanzette maltenute e malmesse: i locali facevano pena e di sicuro non a norma, ma erano funzionali, attrezzate come attivi e utili laboratori di copisteria e di furberia d’ogni genere. Ogni pertugio aveva una sua funzione; per esempio in fondo all’aula magna, predisposta per lo svolgimento della prova scritta d’italiano e di matematica, c’era, guarda caso, una porta comunicante con la presidenza e con un’altra misteriosa stanza. Poi un’intercapedine tra la soglia e questa porta: una fessura di circa ottanta millimetri, dove poteva passare la gattina siamese di don Marciano (il proprietario dell’esamificio) e dove si potevano solo immaginare, sotto quella porta, durante la prova scritta d’italiano, i traffici illeciti di temi stupefacenti e di fogli commerciali con la soluzione di tutti i problemi che avrebbero assillato i maturandi nella prova di matematica.
Chiesi con cortese ironia al gestore di inchiodarvi una tavoletta anti spifferi, sia per salvaguardare le spalle dei candidati dai colpi d’aria, sia per impedire alla sua gatta di spaventare i candidati che durante gli scritti avevano ben altri tipi di gatte da pelare.
I servizi igienici erano, invece, davvero confortevoli: finestroni bassi che davano accesso a un lungo ballatoio in comunicazione con la presidenza e con la stanza misteriosa. A parer mio e dei colleghi commissari, era disdicevole che i maturandi “respirassero aria fetente” dai gabinetti, non lo era però per i membri interni. Pertanto, fu sbarrato l’accesso alla balconata-ballatoio che poteva dare conforto agli indigenti (di temi e di problemi). Balconata pericolosa: poco affidabile per gli esaminatori ma “attendibile” per i copiatori, nel significato etimologico “a cui si può volgere l’animo”.
La mattina degli esami davanti alla scuola c’erano auto e pullman targati MI, PA, FI, AN, NA, CE, qualche rara AV.
All’ingresso fu richiesta la presenza della benemerita, ovvero l’arma dei carabinieri, considerato il fattaccio dell’anno prima. Meglio prevenire che bissare.
Per fortuna mia e della commissione, la Presidente, la preside Pannetta, fu nominata per tempo e fu quindi presente alla prova scritta d’italiano. Io fui eletto Vicepresidente.
Durante la prima ora, nonostante le misure preventive, nessuno si arrese: né noi vigilantes, né i copiatores.
Tutta la commissione, dopo due ore dalla dettatura delle tracce, fu invitata nella sala al pianterreno per uno spuntino mattutino.
«La commissione tutta giù nel salotto di don Marciano a fare colazione...» ci sollecitò, anzi ci comandò la bidella con mansioni di segretaria, di tecnico, di assistente dei candidati; insomma una vera e propria factotum. Di corporatura bassa e voluminosa, lo sguardo coperto da grandi occhiali scuri, tupè nerissimo, posticcio. Rassomigliante molto alla direttrice Gertrude di “Gian Burrasca”, si chiamava mi pare, Geltrude. “Ugualissima”, se si potesse dire, a Rita Pavone nell’adattamento televisivo del suddetto libro.
La Presidente mi pregò di non andare, essendo stato scelto come Vicepresidente, e di restare con lei permettendo ai colleghi di allontanarsi. Odori di cioccolata calda fondente, di dolci appena sfornati e aromi di rosticceria si diffusero nelle aule d’esame e nelle mie narici. Mi venne l’acquolina in bocca, tuttavia dovevo resistere come Ulisse, ben legato all’albero della nave per non cedere ai richiami delle dolci e profumate sirene di crema e cioccolata. Era per me un vero supplizio di Tantalo, tremendo. Chiesi alla bidella-segretaria di portarmi due cornetti ripieni. «Professore, non posso, sono caldi esce la cioccolata da tutte le parti. Che dovete fare con due cornetti! Giù ci sono mignon, dolcetti di mandorle, cannoli, venti tipi di paste veramente fresche. Pizzette, panzarotti ripieni di provola e mozzarella, ancora bollenti. Frutta esotica, frullati, gelati, sfogliatelle, torte e tiramisù...»
A quelle parole, a quelle fragranze di pasticceria e di rosticceria che si mescolavano sensualmente e mi procuravano quasi un dolce svenimento, risposi con grande coraggio: «E basta! Non posso! Ho la glicemia alta!»
Ciò nonostante la signora Geltrude non demorse: «Ci sono dolci senza zucchero. Scendete pure voi con la Preside. Scendete giù, nell’al di là c’è il bendiddio.»
«Scenderemo più tardi, appena arriverà il nostro turno. Prego i colleghi di ritornare entro cinque minuti!» aggiunse la perentoria Presidente.
Il mio turno, con somma delusione, non arrivò mai.
Probabilmente, anche il gestore rimase deluso nel vedere svanire il suo sogno: parte della commissione a rimpinzarsi al banchetto dei Proci per tre ore, mentre i membri interni a svolgere in pace le grandi manovre.
Anche i privatisti − così dovrebbero chiamarsi i candidati delle scuole private-esamifici − videro crollare il loro motto: “A voi le grandi torte e noi a copiare fino alla morte”.
In verità, anche in altre scuole private, in particolare nelle s.p.a., ho sempre trovato una ruffiana zuccherosa gentilezza, colazioni ottime e abbondanti nonché luculliane tavole imbandite o “bandite” direi, perché i candidati pagano, tutt’oggi, la quota pasticceria e leccornie al proprietario della scuola. Sono banchetti alimentati dai clienti stessi delle scuole private affaristiche.
È un meraviglioso mistero il nostro cervello, ancora oggi sento in alcune pasticcerie l’odore di vecchio della scuola irpina mista alla fragranza della cioccolata calda.
A dire il vero, l’invito alla crapula fatto dalla bidella factotum era il segnale ai candidati per dare inizio alle grandi manovre: a scopiazzare di tutto e di più, durante la pausa breakfast dei docenti commissari esterni. E mentre i miei colleghi gozzovigliavano e la preside Pannetta era immersa nelle sue scartoffie, io continuavo a leggere il mio giornale tra il brusìo e il rumore dei fogli protocollo e dei vocabolari aperti e chiusi in fretta: tutto sotto controllo grazie al mio spioncino.
Avevo fatto, con uno spillino ruotato delicatamente nella carta, un forellino impercettibile nella piegatura centrale del giornale che, spalancato, nascondeva il mio volto e attraverso il quale sbirciavo i movimenti illeciti dei candidati, sopra e sottobanco. Sulla cattedra avevo un fogliettino con la piantina dell’aula e dei banchi. I banchi erano navi miniaturizzate: una sorta di battaglia navale. Annotavo, con attenta discrezione, i banchi pericolosi occupati dai rispettivi naviganti, quelli che veleggiavano in cattive acque. Quel foglietto, mi avrebbe aiutato, durante la correzione, a capire i lati nascosti. Da quel buchino riuscivo, talvolta in piedi, talora seduto, ad aver il quadro della situazione, a leggere la vera realtà. Un vasto schermo, cinemascope, sul quale scorrevano immagini censurabili: cartucciere strapiene di fogli fisarmonicizzati che, furtivamente, si aprivano all’allontanarsi della Presidente e dei commissari. Due vocabolari con copertine originali lo “Zingarelli maggiore” e il “Dizionario Garzanti” erano temari taroccati: all’interno una miniera inesauribile di temi svolti, consultati quando i commissari erano distratti o impegnati a rimproverare qualche malcapitato per traffici sottobanco.
Due signorine sui trent’anni erano avvolte (nel mese di luglio) da un amplissimo scialle di lino, una sorta di imatio, che nelle innumerevoli pieghe nascondeva, a occhi indiscreti, cartucciere di dimensioni diverse a seconda dell’anfratto. Nulla sfuggiva al mio occhio-spioncino.
La collega, membro interno, si accostava con nonchalance al candidato del terzultimo banco della fila centrale, attenta a sorprendere la disattenzione dei commissari. Et voilà, in un batter d’occhio s.p.m. (sue proprie mani) consegnava la desiderata posta. Abilmente, stessa tecnica per la privatista seduta nel banco della fila accanto. Quando era possibile, approfittando delle rare disattenzioni dei commissari esterni, i professori interni passavano ai candidati, con velocità supersonica, preziosi biglietti fitti di caratteri visibili solamente con lente d’ingrandimento e contenenti tutto il contenibile. Dopo una decina di minuti dal passaggio fuori area dell’onestà, mi avvicinavo come il piè veloce Achille ai candidati che sembravano assorti nello scrupoloso certosino studio etimologico, aprivo il prezioso vocabolario, chiuso al mio arrivo precipitevolissimevolmente, e indovinavo, guarda guarda, il punto esatto dov’era nascosto il tesoro recapitato dalla loro insegnante: al centro del vocabolario, all’inizio, all’ultima pagina. A volte, sorprendevo, senza mai fallire, la privatista in flagranza di reato mentre, concentrata al massimo, scopiazzava dai fogli estratti dal borsone-enciclopedia.
Chissà, forse qualche membro interno e più di un candidato ancora si chiedono come riuscivo a trovare nel mastodontico vocabolario la pagina esatta dove veniva riposto il bigliettino con lo svolgimento del tema in caratteri corpo 5-6 (tanto microscopici da far schiattare il commissario ficcanaso). Foglietto passato disinvoltamente, in un nano secondo, dalle mani del commissario interno al vocabolarione del trepidante privatista, in preda allo spasimo dell’attesa, come l’uccellino che aspetta il cibo dalla mamma. Uccellacci che non sapevano neppure ricopiare correttamente l’abbondante imbeccata ricevuta.
Grazie al mio prodigioso giornale individuavo sempre i colpevoli scopiazzatori, espropriavo i pizzini arrotolati e fuorusciti dal reggiseno, le cartucciere invisibili e le “sudate carte” (con le finestre e le porte chiuse faceva molto caldo) passate dalle mani dei docenti interni a quelle dei discenti. Evitavo però di mettere a verbale l’accaduto illegale, né riferivo alla Presidente. Minacciavo con garbo letterario i membri interni: «La prossima volta, al passaggio fuori area dell’onestà, denuncio “il passator cortese”, re dei passaggi disonesti.»
Poi rivolto ai candidati: «Una raccomandazione: scrivete senza scopiazzare. Se sarà farina del vostro sacco sarete aiutati. Ve lo prometto. Verrà condonato qualche errore. Però non usate mezzucci truffaldini. Non prendeteci per i fondelli.»
Il prof d’italiano dantesco: «Guai a voi anime prave!»
Secondo me molti candidati, la stragrande maggioranza, visti i loro sguardi interrogativi, non capirono “prave”.
«I membri interni, non mi facciano perdere la pazienza!» aggiunse la quasi spazientita Presidente.
Gli sfortunati colleghi interni correvano freneticamente da un banco all’altro in soccorso dei richiedenti. Erano in tre, ma si facevano in quattro.
D’altronde, se non avessero aiutato i privatisti, sarebbero stati accusati di omissione di soccorso dal padrone-gestore. I membri interni, lo spiego per chi non ha subìto o fatto esami di maturità prima degli anni ottanta, erano docenti designati dal consiglio di classe, uno per ogni sezione, facenti parte a tutti gli effetti della commissione d’esame. Quasi sempre venivano scelti dai colleghi per la loro funzione di avvocato del diavolo, per difendere con ogni mezzo legittimo i candidati in pericolo di... promozione. Per esempio, non dovevano arretrare, durante la correzione degli scritti, neanche davanti a una “e” senza accento o a un orrore di ortografia o ai tempi dei verbi sballati: «Sono errori perdonabili. Questo giovane non ha mai scritto così: sono errori di distrazione.»
«No, sono di distruzione della lingua italiana, perché sono ripetuti, più volte, anche nella minuta. E poi scrivono il zappatore, il zio...» replicò allora il commissario d’italiano.
«Anche Leopardi ha scritto il zappatore. Sono licenze poetiche. Sono ragazzi creativi...» controbatteva l’avvocato professore, membro interno.
Durante la correzione del problema di matematica, il compito del Perry Mason di turno, l’avvocato invincibile, diventava arduo ma non impossibile. «Ha sbagliato la radice quadrata! Ha sbagliato anche la divisione!»
«E che fa? Oggi ci sono le calcolatrici, per computare. Non ci formalizziamo!» rispondeva il membro interno al collega, dimostrando così che anche “la matematica è un’opinione”.
Anche i professori della scuola irpina erano diabolici, tuttavia non sfuggivano alla microtelecamera del mio giornale che fotografava, anzi filmava la realtà obiettivamente: un privatista tentava di estrarre, in modo guardingo, dal braccio sinistro ingessato un fogliettino molto lungo fisarmonicizzato, mentre la professoressa della s.p.a. faceva da insospettabile paravento. Il tentativo abortì.
Una candidata con raffreddore fuori stagione chiese fazzoletti di carta alla sua insegnante. All’istante anticipai la collega interna e mi precipitai a dare alla raffreddata i miei fazzolettini di carta bianchi, visti quelli scritti, macchiati da una biro misteriosa e offerti dalla scuola.
Anche il collega matematico aveva un fiuto da Sherlock Holmes: sequestrava biglietti e bigliettini, fogli lanciati a mo’ di aeroplani o di carte appallottolate, da posizioni distanti fra loro anche quattro-cinque metri con lanci con una precisione da far invidia a Pelè. Sulla cattedra, dopo tre ore, c’era una discreta refurtiva.
Nonostante le minacce e le promesse di condono, le grandi e piccole operazioni di guerriglia copiatrice continuavano su altri fronti e con altre tecniche.
A mezzogiorno la campana della vicina chiesa madre suonò dodici rintocchi ed io mi recai nel bagno maschile. Dieci minuti prima che i privatisti potessero accedervi. Non avevo alcun bisogno, se non quello di controllare gli sciacquoni. Un suggerimento che alcuni miei studenti esperti cessaioli di Rocca mi avevano dato.
E, infatti. Nel serbatoio d’acqua del gabinetto, in alto, poggiate le scarpe sul bordo del vaso, trovai temi svolti con sigle tipo xx, xl, xxl, evidentemente a seconda della taglia dell’esaminando. Un’altra bagnata sorpresa: immergendo mezzo braccio nello sciacquone vennero a galla fogli abilmente messi nella plastica sigillata, water resistant fino a cinque BAR.
Più schifato per l’inganno che per la melma intorno alle mani, riferii alla Preside che sequestrò un bel malloppo di temi anche nel bagno femminile. Imploranti, i prof interni chiesero e ottennero di non verbalizzare, in cambio di una loro onesta collaborazione con la commissione.
I gabinetti delle s.p.a., e non solo delle private, generalmente, erano e sono il centro di sporchi intrighi e di basso spionaggio. Una volta nel contenitore, molto capiente, dello scopino del cesso trovai degli involucri cilindrici simili a dei bossoli di fucile: erano temi per candidati senza cartucce. Per queste mie capacità investigative, talvolta, venivo soprannominato “l’esperto del cesso”.
Verso le tredici ci fu un’incursione molto pericolosa. A quell’ora vi erano alcune penne a biro che ancora non osavano sfiorare e far pressione sui fogli protocolli; altre penne danzavano svogliatamente, tambureggiando con ritmo nervoso sui fogli bianchi.
D’improvviso una musica a tutto volume, proveniente dalla piazzetta antistante la scuola, incuriosì il professore d’italiano. Pensò addirittura a un messaggio via radio.
Falso allarme. Era la trasmissione radio hit parade e la canzone “Ancora tu”. La Pannetta, preoccupata, chiese ai candidati se fossero disturbati dalla musica. Quasi tutti risposero che era piacevole ascoltare Lucio Battisti, anche in quel brutto frangente.
Alcuni privatisti, una decina circa, tra i quali cinquantenni e quarantenni, approfittando del momento musicale e della breve confabulazione, chiesero alla Presidente un po’ di carità cristiana e, con fare supplichevole, massaggiando la pancia: «Un po’ di pane. Sentiamo i morsi della fame. Possiamo avere un panino?»
La Gian Burrasca bidella, pardon, collaboratrice scolastica, grassottella ma agile, subito si affacciò sull’uscio dell’aula: «Poverini, digiuni da stamattina. Presidé posso portare qualche panino?»
Dopo l’assenso della Presidenza, passati cinque minuti, la bidella si presentò con un vassoione carico di panini imbottiti che si apprestava a passare tra i banchi in maniera repentina.
Con lo sgambetto, tocco leggero ma fulminante, e con un «Mi scusi non l’ho fatto apposta» riuscii a bloccarla.
«Signora, ne vorrei assaggiare uno!»
E lei, sorridendo a “trentatré” denti, disse: «Professore, questi sono col salame. Don Marciano pensa a tutti. Per voi vi hanno preparato una tavolata con gnocchi e funghi della nostra zona, certe felle (traduzione: grandi fette) di carne di vitellino al vino e...»
«Datemi pure del salame. Io preferisco il panino...»
«Il salame con questo caldo a voi non ve lo posso dare!»
Davanti a queste insistenze irritanti, con uno scatto fulmineo, presi un panino, lo aprii e con lo sguardo in alto: «Oh, cielo! Un panino e companatico... guarda guarda: un foglietto piegato in otto parti.»
La battuta di un ironico privatista smorzò sul nascere la collera della Preside Pannetta: «Non si vive di solo pane!»
«Ma neanche d’imbrogli. Mi pare che qui si stia esagerando...» rintuzzò la Presidente.
«Presidé, dateci il panino, abbiamo fame!» una voce dagli ultimi banchi. Era fame d’idee altrui.
«Ma senza companatico è difficile da deglutire...» aggiunsi con preoccupato sarcasmo.
Infine, a un’ora dal termine della consegna degli elaborati, vi fu la guerra psicologica, individualizzata.
Un’avvenente candidata, sbirciata più volte sia dal mio spioncino cartaceo sia a occhio nudo, continuava a smaniare con la sua gonnella: accavallava e disaccavallava in maniera agitata le gambe. In realtà, la signorina osservava pezzi quadrati di fogli dattiloscritti incollati ad arte nella parte interna della gonna e sul reggicalze. Lessi il suo cognome sul foglio protocollo. Appena mi accostai al banco, m’implorò credendo fosse andata a buon fine la raccomandazione di un suo amico a un mio collega: «Castellà, aiutala, non te ne pentirai. È una ragazza smaniosa, molto disponibile.»
«Professore, aiutatemi, vi prego! Cosa devo scrivere?»
«Scriva quello che sente.»
«Professore, quello che sento per voi è una...»
«No, no. Quello che sente dentro: l’espressione verrà fuori da sola. Una considerazione che troviamo in Croce.»
«Bravo. Avete capito tutto. Voi mi prendete in considerazione: io veramente sono in croce.»
«Dicevo: Benedetto...»
«Sia sempre benedetto. Professò, io ce l’ho qui, tra le cosce, ma non posso metterla fuori, in questo momento.»
Per un attimo arrossii. Sospettai di trovarmi di fronte a una disinibita pornostar, molto aperta.
«Non si permetta!»
L’equivoco si dissolse non appena la signorina mi mostrò la borsona nascosta sotto le gambe.
Me ne andai alla cattedra, sdegnato, mentre pensavo ai miei studenti che avevano sgobbato per un anno intero.
Poi, un signore sulla cinquantina, capelli in parte grigi, il foglio davanti bianco con la traccia scarabocchiata e con tre parole appena leggibili, tutt’e tre ortograficamente scorrette, chiamò me e la Presidente.
«Presidé, prufessò, nu’ poco ‘e pietà. Scusatemi la faccia tosta. Scusatemi: songo un operaio dell’Enel. A me il diploma di maestro alimentare non mi serve. Per qualsiasi aggiusto elettrico a casa vosta sono pronto. Chiamatemi quando volete voi. Vi aggiusto tutto: lavatrice, ferro da stiro, prese di corrente, antenne tivù. Però voi aggiustatimi un po’ sto tema. La membra interna mi ha ditto che l’avite minacciata e non può acconciare un tubo.»
«Non lasci il foglio in bianco. Scriva anche pensieri semplici. Ma scriva qualcosa. Sia almeno corretto nella traccia.»
«Ve l’ho detto, presidé: io songo un povero lavoratore ma onesto. Per favore, aggiustatemi almeno il titolo del tema. Ho una famiglia numerosa. Il diploma a me mi serve per avanzare il livello, per pigliare nu’ spicciolo e’ cchiù. Non voglio fare il prufessore alimentare, non voglio insegnare all’alimentare.»
A quel ripetuto “alimentare”, la Preside, allontanandosi, mi bisbigliò: «Non ci troviamo in una scuola, ma in una salumeria.»
Dalla cattedra, gli occhi supplici del prostrato candidato Enel non smettevano di guardarmi. Io pensavo a mio padre, anche lui era stato operaio. Con una differenza: con la sua licenza elementare, conquistata nel 1915, era capace di discutere con mio fratello ingegnere su molti aspetti tecnico-scientifici e di riuscire a vincere premi alla “Settimana enigmistica”.
Nel momento in cui la Presidente si allontanò, portai al candidato-operaio il foglio ministeriale, consigliandogli di copiare attentamente la traccia. Era tutto legale. Previsto dalla normativa. Illegale era il mio tentativo di correggere gli errori di copiatura del candidato-operaio.
Una signora, nel banco accanto, che alla base dei suoi capelli rosso pompeiano faceva intravedeva il bianco dell’età più che matura, sbottò: «Non è giusto aiutare solo i raccomandati di ferro. Io sono avvilita!» e nel dirlo si asciugò gli occhi.
Che tristezza! Era una guerra tra disperati.
«A me il diploma di maestra mi serve, ve lo giuro su mio marito, per un posto al comune. Me lo hanno promisso. Prufessore, potete essere mio figlio, vi parlo come una mamma: vi chiedo ‘na carità cristiana. Sono vedova con tre figli e una madre di ottant’anni su una sedia a rotelle. Se fate quest’opera di bene, Nostro Signore ve la renderà sicuramente quest’opera di misericordia. Ormai dobbiamo consegnare, non ho scritto proprio niente. Datemi qualche idea, dettatemi.»
«Chi le dà l’assicurazione del posto?»
«No, non sono assicurata.»
«Intendo dire: è sicuro il posto al comune?»
«Sicuro al cento per cento, professò. E, secondo voi, professò, perché sto qua. Ho già speso ‘na barca di soldi. Un Onorevole cattolicissimo non può ingannarmi. Io e la mia famiglia gli abbiamo promisso il voto, se avrò un voto minimo per avere il diploma.»
“Voto di scambio” pensai tra me e me.
Mi diressi alla cattedra, un po’ turbato, tra i singhiozzi e il pianto soffocato dell’aspirante comunale.
«Professò, posso andare al bagno?» chiese un giovanotto seduto al penultimo banco.
Al mio assenso, mi si avvicinò e con ingenuità chiese: «Per cortesia, professore, mi potete dire dove si trovano i gabinetti?»
Non fu l’unico candidato a informarsi con candore sull’ubicazione dei vespasiani. Che bestialità! Dai documenti presentati alla commissione risultava che tutti gli alunni avevano frequentato in maniera assidua. La documentazione era palesemente falsa perché qualche candidato non sapeva neppure dove si trovavano i cessi.
La notte tra gli esami
La prima notte degli esami non dormii.
Avevo rinvenuto nella mia fiat 127 rossa un fogliettino scritto a macchina: “PROFESSORE NON FARE LO SPOCCHIOSO SAPUTELLO. ANCHE TU HAI IL TUO SCHELETRO NELL’ARMADIO DEL ‘68”.
Chi aveva messo nella mia auto quel biglietto? La portiera chiusa non era stata forzata, i vetri chiusi, le chiavi le avevo addosso. Com’era stato possibile... Chi... Perché...? Pensai: farò una strage! Li denuncio! Spocchioso... Perché voglio una scuola seria, dignitosa. Queste sporche scuole private, veri e propri esamifici tenuti in piedi da proprietari senza scrupoli. Capobastoni e ricattatori aiutati da politicanti senza scrupoli: falsi infidi democratici cristiani. Carrozzoni favoriti e sovvenzionati da grandi feudi elettorali. Chi paga le commissioni di esami, chi paga gli ispettori, chi l’indotto scolastico per mantenerli? E le sovvenzioni statali? Noi tutti, con le nostre tasse. Alla maggior parte delle persone, inclusi i docenti, non interessa il marciume delle s.p.a. diseducative, devastanti, che inquinano la società vendendo diplomi a giovani scansafatiche.
Eppure, se ognuno di noi nella sua breve esistenza denunciasse, s’indignasse per eliminare una sola mer... incontrata sulla propria strada, la società sarebbe più pulita e l’aria più salubre.
Io mi batterò, andrò fino in fondo al marciume di questa scuolaccia privata! Scoprirò chi vuole ricattarmi, a costo di rivelare il mio segreto sessantottino.
Ma no. No, non potevo mettere in piazza, far uscire dall’armadio una mia vicenda delicata conosciuta da pochi. Avrei dovuto spiattellare... No. Chi me lo faceva fare. Mi assillarono dubbi e pensieri contraddittori. Probabilmente aveva torto quel filosofo inglese: “È meglio essere un uomo malcontento che un maiale soddisfatto, essere Socrate infelice piuttosto che un imbecille contento”.
Avrei preferito, in quel frangente, essere un maialino e seguire i qualunquistici consigli di tanti miei colleghi: «Ma chi te lo fa fare... Mangia i pasticcini. Fatti il sangue dolce, non amaro. I gestori fanno i soldi e tu ti distruggi il fegato. Così è sempre andato e andrà. Così fan tutti, Mozart docet. Dormi tranquillo.»
Mi scervellavo sudando. Un momento. Calma! Un bel respiro profondo e consapevole: dovevo spegnere il fuoco della collera. Prima di tutto razionalizzare, bisognava analizzare con freddezza. Non vi erano errori nel testo ricattatorio. Di sicuro non era stato scritto da un privatista. L’autore del bigliettino conosceva bene una circostanza, diciamo non bella, della mia carriera scolastica. Qualche docente interno? Da escludere. Troppo giovani, molto pericoloso se fossero stati scoperti. Il gestore? Mi conosceva appena. Sì, però non era il caso di esaminare e focalizzare la vicenda mentre ero ostaggio della rabbia con i neuroni grippati. Per ora non avrei riferito l’accaduto a nessuno. Avrei continuato il mio lavoro di esaminatore senza pregiudizi, con la massima serenità. Avevo davanti a me, prima di ogni considerazione, esseri umani: andava distinto la gramigna dal grano. Avrei risolto il rebus dell’infame messaggio con calma, dopo aver disinnescato la bomba dell’ira. Meglio pensare agli esami.
La mente tormentata con il cuore in subbuglio ricordava l’incontro con l’operaio Enel e con la vedova disperata. Perché negare una mano a persone che non avrebbero mai insegnato?
Non erano destinati a diventare “prufessori alimentari”. Diamine! Un po’ di flessibilità, anche in tivù danno un aiutino. E poi le opere di misericordia manzoniana: ‘‘Dio perdona tante cose per un’opera di misericordia’’. Per esempio, aiutare una vedova cattolica con figli e la mamma a carico o venire incontro a un povero lavoratore. E se esiste l’altra vita? Forse aveva ragione Maritain: “La persona innanzi tutto”. Prima dell’individuo e della cultura.
Ero stato nell’Azione Cattolica a Torre del Greco, alle falde del Vesuvio, insieme a don Carmine, con Pinuccio Gallo durante gli anni di fermento dello straordinario pontificato di papa Giovanni XXIII. Poi il modo di comportarsi di alcuni democratici e cristiani, che utilizzavano la croce per far voti e politica, mi aveva portato lontano da quel mondo chiesastico, ma non dai suoi valori (l’amore per il prossimo, l’onestà, la solidarietà, la dignità, la giustizia sociale, l’aiuto agli ultimi, eccetera) i quali erano rimasti nelle mie reti neurali e m’influenzavano ancora prepotentemente.
Insomma, l’indomani, alla prova scritta di matematica, avrei chiuso un occhio, forse tutt’e due. Anzi non avrei aperto il giornale dotato di spioncino. Non sarei stato “spocchioso”.
Un attimo! Ci saranno ancora la prova di matematica e gli orali: se dovessero far bene? Senz’altro non dovranno scrivere in italiano il testo di matematica, ma con i numeri se la caveranno.
E se fosse stato mio fratello, mio figlio a trovarsi nella condizione dello sfortunato lavoratore? E se si fosse trovata mia sorella o mia madre nella situazione della vedova? Forse, in questi casi, si dovevano valutare le attenuanti generiche. Un po’ di tolleranza e un pizzico d’umanità... Fare bene fa bene al cuore.
E se avessi aiutato tutti gli altri, i privatisti, anche quelli privi di idee e di conoscenze elementari? I privatisti-paganti. Alcuni, mentre passeggiavo tra i banchi, sui loro fogli avevano scritto: “Se farei il maestro sarei molto felice ma cattivo è severo...”, “...e belo mentre imparo a legere ai bambini piccoli...”, “Chiudete quelle squole! publiche” e altre amenità simili.
Ma sì, al limite avrebbero potuto insegnare nelle scuole private.
E se questi sprovveduti parteciperanno a un concorso magistrale e dopo aver scopiazzato e pagato (come sono abituati a fare) riusciranno a salire in cattedra? Ecchefa’. Un asino in più o in meno tra i docenti non avrebbe modificato granché nell’oceanica scuola italiana. Sarebbero state poche gocce.
La pietas, il quasi-pentimento mi faceva sentire sereno, in pace con me stesso. Potevo finalmente dormire leggero sul soffice guanciale.
Ma no! Non ero giusto, non ero coerente. Poteva apparire anche una mia accettazione del ricatto.
D’altra parte, con i miei alunni avevo in maniera asfissiante predicato l’impegno di studio serio, in quanto sognavo una scuola formatrice di giovani responsabili e competenti. E i quaderni di Gramsci, la morale di Kant andavano, con questa pietas, a farsi benedire.
Perché aiutare un operaio che, avendo la possibilità economica, si è rivolto a una parascuola? Allora è un parac... Perché i suoi colleghi operai non dovevano passare al livello di stipendio superiore come lui? Perché, probabilmente, non avevano avuto la sua stessa sfacciataggine. Certamente, se la commissione gli darà una mano, l’Enel lo promuoverà da operaio a impiegato. Un impiegato incapace di scopiazzare due parole nel suo ufficio.
Quindi erano chiacchiere kantiane, ‘parole soltanto parole’ (come cantava Mina) quelle insegnate ai miei alunni: «Quando facciamo un’azione, se vogliamo che sia morale deve valere per tutti. Tu devi fare quello che pensi che ogni essere dotato di ragione dovrebbe fare nella tua situazione».
Se io ritengo che non devono andare avanti nella vita i furbastri, coloro che magari comprano un diploma per far carriera, non devo dare loro una mano per contribuire a sfasciare la società già stracolma d’imbroglioni di ogni genere. Vale per tutti: fossero anche mio fratello o mia sorella.
E se fosse mio figlio, la figlia dei colleghi commissari ad avere nella classe come maestro uno di questi ignoranti? Anzi, ci sarebbe stato il rischio concreto di vederli come supplenti nella scuola elementare già a ottobre di quell’anno (possibilità non remota nei paesini irpini disagiati).
Di certo, con la loro innascondibile asineria, avrebbero traumatizzato preparati e inermi scolaretti.
A quel punto mi vennero in mente anche le parole di Calamandrei, il mio cavallo di battaglia alla tesi di laurea, uno dei padri, per me sacro, della nostra Costituzione:
“Ci siano pure scuole di partito o scuole di chiesa. Ma lo Stato le deve sorvegliare, le deve regolare; le deve tenere nei loro limiti e deve riuscire a far meglio di loro. La scuola di Stato, insomma, deve essere una garanzia, perché non si scivoli in quello che sarebbe la fine della scuola e forse la fine della democrazia e della libertà”.
No, Luciano, mi dicevo: segui il cuore ma non buttare via la ragione se vuoi un sonno tranquillo. Tu rappresenti lo Stato. Con quest’ultima considerazione nel cervello, i miei neuroni furono avvinti da Morfeo.
La seconda prova: Matematica... e i privatisti danno i numeri
La Preside, prima della dettatura del testo del problema, raccomandò a tutti una vigilanza oculata. Non solo, rivolgendosi ai membri interni, aggiunse: «Qualunque irregolarità, qualunque anomalia, verrà verbalizzata. Non ci sono Santi che tengano! Consentirò al collega e al membro interno di matematica di dare piccoli suggerimenti solo ai più capaci e a chi sa distinguere un triangolo rettangolo da un trapezio. Sono aiuti al limite della norma e della decenza. Cari professori interni non mi mettete nella condizione di verbalizzare i vostri nomi. Siete giovani, avete una carriera davanti quindi siate professionali e pensate al vostro futuro. Ieri ho chiuso un occhio. Oggi, no.»
Come dire: Dio perdona, la Presidente no!
«Dovete scusarci, Preside, ma qualcuno ci ha minacciato. Se il prossimo anno non abbiamo la nomina del Provveditore agli studi, rischiamo il licenziamento. Noi, ogni anno, a ottobre, firmiamo su fogli postdatati il nostro licenziamento, inoppugnabile dai sindacati», rispose la professoressa interna della sezione B.
«Ma siete almeno ben ricompensati per l’aiuto, chiamiamolo aiuto, dato a chi paga una barca di soldi per ottenere il diploma magistrale?»
«Professor Castellano, giuro su mio figlio: neanche una lira! Lo facciamo per il punteggio. Acquistiamo punti per la graduatoria. Io ne ho già molti, però ho pure trentanove anni. Mi basta un altro anno per entrare di ruolo con una leggina mentre la collega di lettere, più giovane di me, è addirittura la penultima in graduatoria.»
Lombardi aggiunse: «Presidente e colleghi, oggi desidero la collaborazione di tutti. Mi è stato riferito che il compito di matematica, qui, in quest’istituto, è sempre passato.»
Nonostante la giovane età, il collega Lombardi aveva i capelli brizzolati, naso a becco e i padiglioni auricolari larghi, sporgenti, a radar. Nominato dal Provveditore in sostituzione del prof ministeriale, mi appariva determinato e professionale.
Cominciai la mia giornata con ironia: «Non ti preoccupare, collega Lombardi, risolveranno il problema di matematica in un batter d’occhio!»
«Chi?» mi chiese la collega interna della sezione A.
«I candidati di questa scuola. Sempre che i voti di ammissione sulla pagelle siano veritieri. Sulle pagelle risultano tutti ammessi con nove nelle materie scientifiche, soltanto qualche matematico mancato ha otto. È la migliore delle scuole possibili, direbbe Leibniz.»
Appena la Presidente dette il là per l’ingresso in aula, ci fu un’olimpionica corsa a ostacoli per accaparrarsi gli ultimi banchi o quelli sulla fascia laterale vicino alla parete. Strana questa corsa al muro; o meglio ai banchi accostati al muro. La mia buona memoria visiva mi mise in guardia: erano state aggiunte, nottetempo, altre due grandi carte geografiche sulle due pareti laterali e due su quella dirimpetto alla cattedra, vicino agli ultimi banchi. Mi avvicinai per esaminarle scrupolosamente, come se avessi dovuto sostenere l’esame universitario di geografia. Pulite, nessuna formula, nessuna scritta, nemmeno nella parte posteriore. Bah, Chissà. Forse in questa scuola (si fa per dire) ci sarà un maniaco docente di geografia. Come in tante tragedie e romanzi, pensai, ogni mistero viene svelato grazie all’origliare alla porta o al vedere non visti... Così, col mio spioncino nel giornale, avrei scoperto l’arcano.
Quel giorno eravamo più sereni, dopo che la commissione aveva intimato al gestore di disinnescare i wc con i relativi sciacquoni e raccomandato ai membri interni di non passare s.p.m. (sue proprie mani) eventuali problemi risolti in presidenza.
Erano passate ormai due ore piene dalla dettatura. Procedendo tra i banchi, dovunque si poggiasse il mio sguardo indagatore, tutto era bianco: sembrava di trovarsi su uno sterminato campo di neve. Una quindicina di privatisti non era stata in grado di scrivere, sotto dettatura, neppure il testo del problema. Pagine vergini, come la cartiera le aveva fatte, ancora candide, caste. Manco si trattasse di un gruppo estremista di “Comunione e liberazione” votato alla castità totale. Una decina di candidati lavorava serenamente, qualche privatista disegnava un quadrato sgangherato che non aveva niente a che fare con il triangolo rettangolo richiesto dal problema.
A una signorina chiesi perché aveva disegnato con il compasso una vistosa circonferenza, visto che un cerchio di dieci centimetri di diametro occupava tutto il foglio commerciale.
«Signorina, non è questa la figura geometrica richiesta dal problema! Come mai...?»
«Professore, e che fa! A me mi hanno raccomandato di usare il compasso e di fare una bella figura nel problema. A voi non vi piace?»
Si registrò, dopo poco, l’azione fallosa del candidato frate cappuccino, nel tentativo di passare sulla sua fascia sinistra, un fogliettino appallottolato; ma si trovò spiazzato dall’intervento immediato del collega di matematica che intercettò, si tuffò sulla pallina come l’indiscutibile portiere Dino Zoff e la passò alla Presidente che avrebbe voluto verbalizzare il cognome del ricevente. Ma le parole e la barba lunga del frate fecero breccia nella commissione: «Volevo aiutare. Chiedo perdono a Dio e a voi tutti. Mi rendo conto che ho avuto un momento di debolezza. Chi non ne ha nella sua vita... Chiedo clemenza. Non avverrà più.»
«Mi raccomando che sia la prima e l’ultima volta. Il prossimo candidato trovato in fallo sarà allontanato dalla sede d’esame.»
Stavolta non ero d’accordo con la Preside: era vero che il cappuccino aveva bisogno del diploma magistrale per aver la possibilità, prevista dalla legge, di aprire una scuola privata ed era pur vero che durante la prova d’italiano si era comportato dignitosamente, però, così facendo, si creava un grave precedente.
Alle dodici, l’ora che volge al desio e ai golosi intenerisce la gola, puntuale, si affacciò all’uscio la direttrice Gian Burrasca, ovvero la bidella: «Il Presidente e i professori della commissione, tranne i membri interni, devono accomodarsi giù. Ci sono i pasticciotti freschi e i cannoli alla siciliana. Dovete scendere tutti, perché è venuto anche l’ispettore ministeriale insieme con il Monsignore. Ora stanno prendendo il caffè insieme con don Marciano. Avanti! Dovete scendere tutti!»
Un disgusto malcelato e un’irritazione mista a paura mi provocarono un senso di nausea, mentre avvertivo un vertiginoso aumento dei battiti e il rigonfiamento delle vene sulle tempie. Guardai con sconforto la Pannetta: battaglia persa prima del tempo. Tutto andava a farsi fottere: la morale kantiana, la misericordia divina, la coscienza.
I giovani colleghi, nominati dal Provveditore per la prima volta a un esame di maturità, erano pronti a scendere per salutare l’ispettore: non avevano capito nulla.
A me invece sembrava di essere l’onesto cowboy di un film, quello che vuol fare rispettare la legge ai disonesti e crede che lo sceriffo sia venuto in suo aiuto. Poi, però, si accorge che il rappresentante della legge è più corrotto degli altri, è colluso, sta dalla parte dei filibustieri. Che schifo ministeriale! E poi che cacchio ci faceva il Monsignore durante lo svolgimento degli esami? Aveva ragione Dante: quando la Chiesa si occupa dei suoi affari è una “puttana sciolta”.
Nei precedenti esami statali non era venuto in visita l’ispettore né del Ministero né del Provveditorato agli studi. Questi signori della sporca lurida s.p.a. avevano mani in pasta pure a Roma. E va bene, pensai, avevano pienamente ragione certi miei colleghi: “Fottitene. L’onestà non paga”.
«Dica all’ispettore che non possiamo abbandonare l’aula degli esami. A verbale risulta che dobbiamo sorvegliare, affinché gli esami si svolgano in un clima sereno e, soprattutto, leale. La commissione è impegnata a svolgere il suo compito di assistenza e di sorveglianza e deve, ripeto deve, restare al suo posto come da verbale. Se lo desidera, posso scendere io oppure può salire lui da noi.»
Avrei voluto baciare in fronte, abbracciare la mia grande Presidente così magrolina e fragilina ma tutto d’un pezzo. Un pezzo raro. Tutti la guardammo con ammirazione, anche i membri interni.
Poco dopo ritornò la signora, la bidella factotum: «L’ispettore ha detto che non vuole disturbare. Se è possibile desidera salutare un minutino la Presidente, perché ha fretta.»
La Presidente chiese al collega d’italiano di accompagnarla e a me disse: «Lei mi sostituisca. È il Vicepresidente. Al professore di matematica raccomando la massima attenzione.»
Stavo per postulare, nel senso di mendicare: portatemi, vi prego con tutta la gola, due cannoli, sono i miei dolci preferiti, ma mi pareva azzardato. Troppo confidenziale e poco vicepresidenziale.
Ripresi a leggere il mio giornale con lo spioncino incorporato.
Arrivò la bidella: «Il professore di matematica è desiderato urgentemente al telefono.»
«Non posso.»
«È urgente.»
«Vai, non ti preoccupare!» gli dissi.
«Castellà, con un patto: finiscila di leggere questo maledetto giornale. E sempre le stesse pagine spalancate.»
«Va bene. Obbedisco! Come disse Garibaldi!» e continuai a leggere la realtà dei fatti, anzi delle malefatte, attraverso il pertugino.
Passarono appena cinque minuti e ritornò all’attacco l’asfissiante Gian Burrasca: «Professore Castellano, una telefonata urgentissima per voi.»
«Mi scusi, al telefono non c’è il professore di matematica?»
«Sì, sull’altra linea.»
«Si faccia dare il numero, richiamo io non appena mi sostituisce il collega o ritorna la Presidente.»
«Ma è urgente.»
«Le ripeto, appena possibile, scendo tosto.»
«Questo veramente è tosto...» una voce roca dal fondo dell’aula.
Dopo poco, di nuovo la sfacciata factotum: «Professor Castellano siete desiderato urgentemente da un signore al portone d’ingresso, da un signore importante.»
«Dica, per cortesia, al signore importante che non posso allontanarmi dall’aula, solo se...»
«Morto. Solo se lo piglia la morte!» interruppe qualcuno dagli ultimi banchi attento a tutto, tranne al problema da svolgere. Quei privatisti senza scrupoli, pur di raggiungere lo scopo, sarebbero passati sul mio cadavere per copiare il compito.
«Se... se rientra il collega di matematica o la Presidente, vengo giù.»
Ritornò in aula il professore Lombardi, non feci in tempo a riaprire il giornale che la factotum ritornò all’attacco: «Professore, vi chiedo scusa, ma è il vostro Preside al telefono, ha detto che è urgente.»
«Scendo subito.»
Mi recai nella sala telefoni, ascoltai i due cognomi raccomandati dal mio Preside e ritornai in aula più veloce del vento, come diceva mio figlio Davide, imitando Mazinga Z. Al ritorno alla base, il matematico brizzolato era alle prese con uno sfacciato fotocopiatore a mano, mentre la prof molto giovane della s.p.a., la Di Dario, con scarso punteggio nella graduatoria del Provveditorato, approfittava del momento propizio.
Oh, giusto in tempo. Dallo spioncino vidi la prof Di Dario mettere in atto il piano diabolico. Mentre il prof di matematica, appena rientrato, veniva distratto dalla sua collega, lei con il nastro biadesivo attaccava sul retro delle sei maxi carte geografiche, foglietti con le soluzioni ai problemi irrisolti dei privatisti. Ecco spiegato il perché dell’avvicinamento dei due membri interni alla factotum, quando aveva invitato la commissione a scendere; e l’accostamento poi, senza lasciare spazi, stretti-stretti, vicini-vicini, per la consegna dei problemi risolti.
Devo ammettere che la collega membro interno aveva mantenuto sostanzialmente la promessa di non dare s.p.m. i compiti ciclostilati ai diplomandi. Aveva avuto solo una funzione, diciamo, incollante. Avvisai i colleghi esterni della mega truffa; poi, rivolto ai privatisti seduti vicini alle carte geografiche, esclamai tra il serio e il faceto: «Non toccate quelle carte! Potreste restare fulminati.»