Excerpt for Josef K. Prokurist by Sergio Caldarella, available in its entirety at Smashwords

Josef K. Prokurist

- una lettura de Il Processo -


di


SERGIO CALDARELLA




“Tutti conoscono il nome di Josef K., tutti conoscono o sembrano conoscere la sua storia, tutti sanno della sua accusa e anche questo appare senza senso”.




Nella scrittura di Kafka si ha subito, fin dalle prime righe, la netta impressione di una mirabile amalgama tra le architetture della parola e le contorte architetture del delirio. Persino gli edifici descritti dal grande praghese sono il più delle volte sporchi, male illuminati, fatiscenti e abbandonati, quasi ad indicare che esiste una decadenza in tutte le cose, quasi a voler ricordare, per quelli che lo hanno dimenticato, che anche il potere, capace di apparire solido e indissolubile mostrandosi dietro le facciate di magniloquenti palazzi, è solo instabile e mortale.

Certe frasi dal sapore estetico-esistenziale emergono in molti passi nel contesto di scene con le quali, almeno in apparenza, non pare concordino. Josef K. può così chiedere al giudice de Il Processo “qual è la via” in una situazione ben diversa da quella in cui parrebbe lecita una lettura esistenziale o escatologica (K. vuole sapere come uscire dall’edificio del tribunale), eppure le contorte architetture del tribunale, e la struttura della narrazione, rimandano a ben altre complessità celate in un caleidoscopio di allegorie: il mondo, la ragione, la verità o la stessa legge. Josef K. chiede qual è la via per uscire dal tribunale così come per uscire dal Duomo, ma sembra che la domanda non sia tutta lì; pare che Josef chieda di più, anche perché lo stesso edificio del tribunale è ben più di un semplice edificio: ha ingressi in molti luoghi e vi si può persino accedere da una porta dello studio del pittore Titorelli.

Il Tribunale, così come il Castello, intrattiene un rapporto totale con la realtà e le relazioni tra esso e il mondo non sono palesi, ma al di là di qualunque logica o immaginazione e, ne Il Processo, persino le ragazzine che molestano e spiano K. nella scena dello studio del pittore Titorelli – così come il prete – “appartengono al tribunale” ed ogni altro personaggio rivela la sua verità infrangendo la propria immagine contro lo specchio della ragione di cui K., pare, sia unico latore. La ratio diventa allora una lama che si ritorce contro il protagonista. L’errore fondamentale di Josef K. è nel tentativo di comprendere la situazione in cui viene a trovarsi attraverso un metodo d’analisi razionale dei fatti, mentre proprio quel mondo che lo circonda sembra sfuggire a qualunque tentativo di spiegazione logica: la follia di K. consiste dunque nel suo voler cercare ragioni davanti ad una realtà che non sembra averne; un mondo dove le uniche verità possibili sembrano essere quelle dell’appartenenza, del potere, del gruppo in cui ci si trova. E’ in questo senso che le ragazzine, il pittore, il prete, etc. “appartengono” al tribunale. K. è messo alla prova dall’accusa, apparentemente senza senso, che gli viene notificata nella sua camera da quei buffi funzionari; lui, però, vuol capire le motivazioni di quell’accusa e si condanna dunque da sé. Questa è la vera ragione per cui, alla fine del romanzo, perde la vita. Il commerciante Block, invece, che non cerca di capire ma vuole solo vivere, tenta di conoscere il verdetto che lo riguarda con il solo fine di apprendere se potrà continuare a vivere o meno: la sua incoscienza (Unwissenheit) è maggiore della sua coscienza (Wissenheit) e questo lo salva. Block non intrattiene alcun confronto dialettico con l’avvocato, ma ne è succube ed è, a suo avviso, questa remissività di fronte all’avvocato, uno dei sacerdoti della legge, che lo rende meno colpevole, docile sotto la mano del potere. Il suo arrendersi di fronte al potere della legge, e dell’avvocato che la rappresenta, è una forma di espiazione. L’accusa diventa allora una prova e il tentativo di andare a fondo alle ragioni di essa, così come fa K., ossia la volontà di comprendere, è la dimostrazione, evidente e definitiva, della colpa che, se in un primo tempo non poteva essere esplicitamente formalizzata, diventa, in seguito, così evidente da non richiedere più alcuna spiegazione. Chi tenta di capire è già colpevole ed è forse per questo e non a caso che Il Processo è un libro incompleto: il senso della narrazione emerge proprio dal suo svolgimento e l’incompletezza dello scritto fa tutt’uno con l’incompletezza dell’accusa. Non è il tribunale a formalizzare l’accusa di Josef K. ma lui stesso, sono le sue parole-azioni che lo condanneranno. Ciò che è sacrilego per il grande orologio del potere è che qualcuno tenti di capirne il meccanismo. In questo Josef K. è molto simile al protagonista di 1984 o, rispettando la cronologia, viceversa.


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