Stefania Benizzi
Gastronomia di una Donna in Scatola
Copyright Delirium Ed.It
2011
Published by Delirium Ed.It
Publishing at Smashwords
Cover by
Astrella Consalvo
***
Al più bel paio di guanti che abbia mai avuto.
Indice
Leggere un libro come guardare la tv
Non è successo nulla di grave. Monologo di una caduta
Coperchi sigillati
Cuore, calma penna
Poteva essere un inizio. In realtà partivo dalla fine
Un tonno costruì la sua scatola. Riassunto delle puntate precedenti
Creazione
Ogni stagione fa il suo corso
Intuizioni primaverili
Acquazzoni estivi
Un capriccio di ironie sul calare dell’autunno
Carta igienica bagnata. Che paciugo di emozioni
Ancora cinque minuti… cinque minuti ancora
Cambiare canale
Ad ogni tonno il suo contorno
Il delirio dopo le verità
Intervallo
Le persone si sentono. Digressioni filosofiche sulle radici degli alberi
Le persone si assentano. Breve storia di un ostaggio che riuscì a fuggire
Il mio grande cuore. Ovvero, istruzioni su come sganciare la bomba atomica
Familiari saggezze
Qualcuno scrive, qualcuno disegna
D’amore e d’ombra
Vai vieni nel nulla
Dialogo tra due anime. Godot e Azzurra. Trasparenti
Il matrimonio del suo amore
Rammendi raggiri rattoppi
Ping pong
Il mio amore si sposa
Saccheggio di un frigorifero
Primo disgelo. Il parto del mio dolore
Alla ricerca di Godot
Godot chiuso dentro un sogno
Watch me cry. There’ s nobody to love me
Una festa per Azzurra scrittrice
Buonanotte
Leggere un libro come guardare la tv
Ore 20.
La testa di Azzurra come un televisore. Sullo schermo della fronte si può leggere a rughe sottili
“ Ci scusiamo per la momentanea interruzione.
Le trasmissioni riprenderanno il prima possibile.”
Ore 21.
Inutile cambiare canale.
Ore 22.
Ancora nessuna immagine. Ma molto lavorìo mentale. Alzando l’audio si percepisce un… brusio…
Non è successo nulla di grave.
Monologo di una caduta
“Arrivati a questo punto…
…Aiuto!!!!!!!!!”
Benebenebene, ci siamo perse. Che come inizio non è male.
Torno a casa, che gli animali sociali già si preparano a rendere omaggio alla nuova loro divinità: perbacco, dio Aperitivo!
Ma dove cazzo andate, che non ci stanno i soldi.
Scivolo scivolo scivolo.
Sonnolentamente entro in casa.
Una voce.
- Evaporiamo, adesso, che ne dici…
- Sissì, evaporiamo, riempio una pentolona di acqua, mi faccio bollire e mi dimentico.
Continuo a sentire le voci.
- Che fai, Azzurra, ti vuoi bruciare?
Nessuno, oh, dico, nessuno che si faccia mai le depressioni sue, in questa casa, e poi Azzurra, che nome dissociato dal nero grigio fumo che mi sta avvolgendo, se stessero tutti zitti per un momento, per un solo momento e potessi arrampicarmi fino a dove non so e urlare
Oeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeee!
Mi sono persa!!!!
Devo cambiarmi il nome.
E il cognome. Che mi devo rap-presentare meglio.
Allora, cosa potrei mangiare?
Ancora tonno ed insalata. Wow… diventerò un cibo in scatola.
C’è il tonno dalle pinne gialle e c’è Azzurra in pigiama, anche economica, pochi grassi poca pelle, ma un sacco di “memorine”, per un pieno sviluppo delle capacità olfattive e sensoriali.
- Non ti comprerà mai nessuno.
- Non ti mangerà mai nessuno.
Perfetto. Scopro di non essere neppure commestibile. E me lo dice il tonno che naviga nell’olio… che soddisfazione.
Un dettame, urlato in un megafono, di nuovo quella voce. È il mio io critico.
- Non si può passare così in fretta dal bianco al nero!
Ma tu chi sei, chi ti cerca, che vuoi, messaggero distratto che passi per casa mia, di chi sei amico, della ricciola o della maldestra, non si può stare cinque minuti da soli nemmeno in cucina.
Il vai e vieni di scatti fotografici su di me, quasi fossi la star di un delirante sceneggiato.
- Assecondami.
Interessante… un’altra voce, quella della pazzia. Fondamentalmente irriverente, ma tutta solo per me.
- Assecondami.
Patapuf.
Il rubinetto che perde, l’acqua che bolle, la televisione che mi incastra gli occhi, questi che invadono lo spazio con parole che non ho voglia di ascoltare. Ho le orecchie strabiche.
- Azzurra, perché stasera non dici niente?
- Azzurra, che occhiaie, ma stai dormendo in questi giorni?
- Azzurra, devi pagare le bollette, tocca a te, non hai niente da fare…
Niente da fare?
Ma che vi siete fatti, un aperitivo col cervello?
Io devo pensare, ripensare, decostruire e ricostruire, guarire senza passare per la malattia. E lo chiamate niente questo.
In un secondo sparecchio il mio banchetto di elucubrazioni mentali, mentre gli ospiti in cucina e le coinquiline retrocedono in trincea, perché sono salita in piedi sulla tavola e ho aperto la bocca per…
- … manifestare cosa?
L’io critico si dissocia da me.
- Devo cercare di calmarti, tesoro, ultimamente sei un po’ nervosa…
Ma che mi frega.
Ormai il mio vaso di Pandora è stato scoperchiato.
Che mi frega.
Io non ho proprio più niente da dire.
- Azzurra…?
C’è da aggiustare il lavandino, domani pago le bollette, adesso ho gli occhi a serranda, dico buonanotte e mi trascino in camera.”
Ore 00.00.
Segnale ancora assente.
Brusio più insistente.
La notte non dormo.
Mi sono inventata il miglior modo per passare il tempo
Taglio le mie fotografie come fossero capelli. Con la luce del giorno, mi diverto a incollare insieme i minuscoli pezzettini notturni, per vedere se riesco a rifarmi una vita.
Le pettinature che escono non sono poi un granché, c’è una confusione di bocche, orecchie e occhi che mi da ribrezzo e mi fa pentire di aver mandato i miei ricordi dal parrucchiere.
Glugluglu…
Quando hai sete, nessuno può bere per te.
E quando hai fame…
La fame te la tieni, te la fai passare, come ogni curiosità.
Il giornale di ieri chiede.
- Sì, ma tu, cosa sei, cosa fai nella vita, di cosa ti occupi?
Occuparmi.
Inoccuparmi.
Incupirmi.
Non lo so, che domande fate, perché mi stringete in un angolo, oddio, soffoco, stesa sul letto, i vostri punti interrogativi mi schiaffeggiano con un guanto.
Persino le lenzuola mi abbandonano, cazzo, erano il mio cinema, la mia mente contorta ci proiettava sopra tante storie, pure a gratis, non vedevo l’ora di dormire per…
Sognare.
Poi è arrivato un omino buffo, una sorta di Bianconiglio, spacciandosi per persona matura, ha messo nel mio terzo occhio una clessidra e siamo stati costretti ad interrompere le proiezioni, per una questione di perdita di tempo.
- Scusa, - chiederete, - Siamo stati costretti… tu e chi?
Non che ci venisse mai molta gente nel mio cinema - o tra le mie lenzuola… che poi è la stessa cosa… non scopo da una vita ora che ci penso - ma…
Cavolo.
Mi sono persa.
Cioè… mi sono rotta. La strada è poco illuminata e non ci sono nemmeno i palmipedonti ad indicarmi dove devo dirigermi.
E allora decido che sciopero, nella mia disoccupazione pratica ed emotiva, io sciopero.
Tutti hanno il diritto di scioperare, nessun cartellone con frasi shock, semplicemente, mi nascondo bene bene sotto il piumone e me ne sto ad ubriacarmi di me senza nemmeno la musica.
Che non vuol dire far sparire le voci.
- Ma è un’azione dimostrativa di cosa, scusa.
Niente, inutile, nemmeno le porte chiuse e le tapparelle abbassate mi garantiscono la privacy e la ricciola continua a bussare, sostenendo che di Pannella ce ne è già uno e che bisogna pur mangiare.
- Ti lascio qualcosa qui fuori.
Coperchi sigillati
Ore 6.00.
Qualche immagine. Ad intermittenza. Ancora fastidioso brusio.
- Sto praticamente chiusa in una scatola, sto inventando un nuovo calendario e mentre sciopero sono invecchiata di 6000 anni. Me li porto da Dio e vaffanculo.
Sì, vaffanculo!
Alle orecchie delicate e agli occhi educati, io mi sono proprio rotta!
Stavo per urlare e invece sono caduta dentro la scatola.
Maledico i paranoici rumori del traffico e li trasformo in mare. Leggera spuma bianca dagli scarichi delle auto, onde che vanno e vengono, tanto, anche loro, devono pur sfotterlo questo tempo che non fa altro che suonare il clacson.
Perepè.
- Guarda che lo dicono tutti là fuori che sei in ritardo. In ritardassimo.
Ma là fuori dove?
Come può esserci un fuori, se non ho nemmeno un dentro.
- Assecondami con più tenacia.
La pazzia assume diversi ruoli, fa da interlocutore subdolo dai diversi volti. Fantastica visione dall’alto di me, vecchia, chiusa dentro una scatola con la pazzia come compagna. Devo sbrigarmi. Sbrinarmi, sbrindellarmi, sgridarmi. Sono in ritardo. Lo dite tutti no?
- Parti parti, vai via da qui, parti.
Per andare dove come cosa?
Non accade nulla. O la mia stazione si chiama principio.
- Descriviti dall’inizio.
Allora dunque, di che colore ho gli occhi.
Non mi ricordo, mi sono cancellata.
Ho due clessidre come rimmel, se serro le palpebre risultano meno inva-denti…
- Mi verrà il mal di denti se tengo le parole strette in bocca.
Le labbra si socchiudono appena, con un vestito rosso.
- Io non lo porto il rossetto, ma tanto nessuno ci crede adesso che sono vera, allora mi pitturo per calarmi meglio in una finzione.
Siamo io, la pazzia e una scatola da contorno. Donna in scatola. E oltre il coperchio, l’io critico e tutto il mondo. Esco dalla camera come una geisha che pretende silenzio e il dito sulle labbra a fare shhhhhhh, non è sufficiente.
- Azzurra si sta rimpicciolendo.
- Fatte le scatole, si provvede ai coperchi. E i coperchi, garantiscono chiusura.
- Ma ve ne volete stare zitti!
Mio padre e mia madre trasParenti che mi strillano muti uno nell’ orecchio tappato, l’altra in quello sordo davvero, me li hanno fatti già saltare tutti i coperchi!
- Apri gli occhi, aprili, cazzo.
Sento nel buio ancora la vocina…
- Se ti danno tanto fastidio i tuoi trucchetti, struccati!
Le odio le bambine arrabbiate, quando appaiono dal nulla, in una scatola, poi, ti guardano, ti osservano e impertinenti ti rovistano dentro, facendola così semplice.
Ho pensato.
Non so chi sono. Dovrei fluire con lo sciacquone di un water, non mi lavo da tre giorni. Il bagno è occupato, la ricciola sotto la doccia.
Potrei entrare di soppiatto e adeguare miei movimenti allo scrosciare dell’acqua, felparmi i passi, lavarmi la faccia dal dormiveglia.
- Sì, ma prima devi aprire gli occhi.
Dunque, la sveglia non ha le pile, la radio è un passaporto per un nuovo sonno
- Ma io sono nonostante tutto, desta.
Come mi tiro su gli occhi?
Parlo con me.
- Ma che mi sono già stancata di guardare il film?
- Non era poi noioso…
- … e certi colpi di scena… ad esempio, com’è che di colpo ti si sono chiusi gli occhi sulla scena?
Gioco a scarabeo con le mie stesse frasi. E vinco, sempre.
Per questo nel party radical chic della follia di conoscermi mi sto un po’ antipatica, ma decido che potrei telefonarmi ugualmente, un po’ meno diretto che guardarsi allo specchio, tanto per fare due chiacchiere, tanto per... All’occorrenza, in una scatola si può trovare anche un telefono. Eccolo.
Dico drin drin.
Rispondo, grandioso, non si sa mai! Rispondo dal fondo di una conchiglia, la linea è sabbia. La mia voce, liquida.
- Sì?
- Scusi, chi è?
- No, scusi chi è lei? Se permette, lei ha chiamato…
- Sì, ma ho chiamato chi?
- Ah, no, ma questa è una congiura! Mi lasci in pace, che mi ha pure svegliato!
Il due di spade è la mia carta nella manica, adesso: il conflitto. Io contro me.
- E la luna nera? Ne vogliamo parlare, Azzurra, quando ti deciderai a decidere!
Il coperchio non è insonorizzato. E l’io critico, anche se fuori scatola, ha voce potente e orecchie attente.
Sbuffo su tutti questi castelli, penso alle farfalle e mi alzo dal mio fiore appassito.
Beh, ha funzionato, adesso ho gli occhi aperti e sono naturalmente incazzata come un serpente, striscio nel buio, verso l’armadio.
Calpesto le briciole dei miei pensieri, ho le gambe di legno, un’anca che cigola, le caviglie da carcerato, ma voglio mettermi la pazzia nelle scarpe,
e portarla oltre il coperchio.
Ah, tornando alla mia descrizione, ho gli occhi insipidi e scoloriti, mannaggia agli specchi che non ti illudono mai.
- Dai, dai che ce la fai!
Li sento, sugli spalti arrugginiti, i bamboli tifosi mi incitano e piovono rose dal mio soffitto.
È giorno o notte, è estate o autunno, primavera o pieno inverno?
- Dai dai che ce la fai!
Tendo un solo, pigro orecchio.
Rumori casalinghi, forse è domenica.
Io non ho un vestito da domenica.
L’armadio mi risucchia.
E sopra un fungo di pezza pazza, l’ennesimo Brucaliffo mi riporta in un anello di fumo, alla realtà, dopo il viaggio nel paese delle merdaviglie.
- Tu?... cosa essere tu?
Cosa essere tu?
Cosa?
Tu?
Ogni oggetto mi osserva, che cavolo avete tutti da guardarmi, non c’è niente da scoprire, proprio un bel niente. Il deserto delle sensazioni, il daltonismo delle emozioni.
Sparisco per un attimo.
Dal colpo di scena al colpo in testa. Assopisco la fantasia e mi assento.
Rimango però visibile e, purtroppo… presente.
Toc toc.
Che c’è, non avete mai sentito parlare di amnesia? Non mi trovo più, va bene? Ho provato a chiamarmi, non c’è verso, non mi rispondo e se mi rispondo, mi prendo in giro.
Riemergo indignata tra i cappelli - la testa è l’unica cosa a non dimagrire mai - non va bene, non va bene per niente, che c’è, sto dormendo, sono stanca tanto tanto stanca… costa tutto troppo. Ed io rimango nuda, davanti ad uno specchio opaco.
Cuore, calma e penna.
Ore 12.00
Ancora impossibile cambiare canale. Ancora nessuna ripresa reale.
Possibile percezione di un passaggio dal brusio all’illusione della musica.
Così come m’immagina il riflesso di me. Per mettermi a fuoco mi indago a lente di ingrandimento, dalle radici alle punte del mio climax.
Fondamentale ricordarsi di ricordare.
Mi aggiro tenace con i miei camaleontici curricula in un tunnel di passato.
Divento doppia e mi studio con più delicatezza.
Ho bisogno almeno di una torcia, un fiammifero, un accendino, un lumicino piccino picciò
Per leggermi all’indietro, senza sforzare la vista. Mi sembra di essere stata buttata in lavatrice, la centrifuga non ha funzionato, sono troppo pesante e gocciolo.
Adesso provo a mettermi all’ingiù, mi shakero gli intorpiditi pensieri, per spostare il cuore nella testa, mentre la pioggia fuori mi invita a trovare l’ombrello, che forse sai, è autunno e il vento, oltre ai “vasi di Pandora” può scoperchiare anche le scatole.
Così storta sul mondo insegno un po’ di yoga alla pazzia, che si distende, diventa più leggera e si ritira in un angolo in meditazione.
Le tapparelle trasmettono jazz, la batteria soffice, gli accenni di tromba e le carezzevoli sapienze del sax.
Fondamentale ricordare di essere curiosa.
Spalanco a spartito i vetri delle finestre, lascio che la musica mi bagni e che trionfante, la chiave di violino forzi la serratura al centro del petto.
Me ne frego del disordine e mi protendo all’esterno, inaspettatamente mi apro.
Perepè, lo faccio io ed è un’ironica e pirandelliana pernacchia a “tu mi vuoi ”. Fluisco invisibile su un tappeto di pentagrammi, mi riaccompagno da me mi lascio accogliere da una risata translucida.
Intuisco.
Ore 16.00
Le rughe si distendono e sulla fronte - schermo di Azzurra si può leggere.
“ Qualcosa ci stiamo inventando.
Attendete con fiducia.
Stiamo lavorando per voi.”
L’immagine è ancora incerta, ma il brusio è voce chiara di donna, adesso.
- Io sono.
Io sono un sogno.
E il sogno è una donna vestita di luce, ha la lentezza del Giappone, il sangue delle mie vene, la preveggenza dei miei odori, dei miei sapori. La voce di una mamma, lo sguardo di un papà
e per abbraccio una poesia che dice più o meno così, e sembra una magia per tenermi sveglia qui.
Certe volte, mi chiedono, ma tu, che mestiere fai?
Io raccolgo le stelle nel cielo e le dono agli infelici.
Non è una semplice passione
Talvolta sembra pirateria
È forse una vocazione o una fugace follia.
è polvere ed incenso rispetto a tutti i lavori
mi inchino ai laureati, ai farmacisti
ai maestri e ai dottori.
Ma non posso fare altrimenti
Sennò sto troppo male
Ho bisogno di scrivere storie e poesie per farmi ascoltare
E buttare nel cielo, questo amo di speranza
Di tornare bambina
Nella mia stanza
Così scrivo ancora
Scrivo ad ogni ora
E pesco le stelle
Cucinandole in strofe
E le offro agli amici, ai parenti, agli amanti
A chi vuole sognare
A chi vuole mettersi le ali e volare con me
Oltre quel cielo di carta che è la vita.
Ah… adesso mi ricordo davvero.
Di queste parole preparo uno spuntino, per dare inizio al banchetto per il cuore.
Lo metto sul seggiolone, gli allaccio il bavaglino e comincio a sentirmi alta col mio cappello da cuoco.
Apro un nuovo libro di ricette, mescolo ogni ingrediente che conosco e mi verso un rosso bicchiere di vita, brindo al mio ritorno e dico
- Arrivati a questo punto, io sto proprio fuori.
E il fuori è in carta e penna, dentro di me.
Buon appetito, Azzurra Scrittrice, non mangiare troppo in fretta!
Ore 17.00
Sia a voi concesso di nuovo un po’ di Zapping!
Poteva essere un inizio. In realtà partivo dalla fine.
Quindi, in sostanza, mi chiamo Azzurra, ho trenta anni, ho mollato il mio bel lavoro
part-time e sto per partire.
- Lasciare un posto fisso, che incoscienza!
Ma se tutti dicono che ce ne vuole…
Ho bisogno di amare dal vivo ancora un po’ la mia città, mentre l’alba grigia di ottobre mi comanda in un sogno di fresco e nebbia.
Così mi incammino su ciotoli bianchi, osservando col naso all’insù tetti rossi e nuvole basse.
Ho alte scarpe rosse e ali di marmo che mi rallentano il passo.
Somiglio ad una statua, in questo insensato, ennesimo sogno.
Ho dormito a lungo. Poi mi sono svegliata. E male.
Così, di colpo, sono rotolata all’improvviso fuori da me e ho strappato la tela, incendiato i quadri, buttato in aria le carte, mescolato la realtà, lasciandola cadere in dadi.
- Sei.
- Quattro.
Sei più quattro dieci, nel mio dizionario numerologico, il dieci è la Caduta, la Paura. Nella mia stanza io e me.
- Perché non facciamo un’altra giocata?
- Non adesso, finisco il sogno e mi addormento, che sono stanca.
- Magari prepari la cena, tra mezz’oretta…
- No, grazie, io non ho fame
Non ho fame,
non ho fame,
non ho,
non.
Sto per partire.
Mi serviranno poche cose, io mi so arrangiare.
- Ti lascio fuori dalla porta qualche pacchetto di winston blu e un quaderno.
La ricciola è sempre sottilmente preoccupata.
- A righe o a quadretti?
Toh, la maldestra all’occorrenza è precisa.
- A righe. Almeno mi do un verso. E una penna.
Tra me e il mondo una portacoperchio.
Indosso una giacca più grande di due taglie. Dovevo comperarmi un pigiama.
Sono bianca bianchissima, Azzurra che parte, come sospesa a un filo che la trascina, unico rumore nel film muto, una saracinesca che si chiude, tutto ciò che era, adesso è dietro le spalle. Senza chiudere le porte, nulla si può riaprire.
Adesso vado, che vedo nella nebbia delle mie fantasmagorie un treno, lungo lungo.
- Devo salutare, devo restare
- Non avere paura
- Sono sola in tutto questo
- E’ solo un passaggio di regia. Stai semplicemente decidendo le inquadrature.
Mi dirigo.
E sto contemporaneamente davanti e dentro. Il set è una scatola.
Ciak, ho una valigia di parole e un piccolo sacco con la mia storia.
Un tonno costruì la sua scatola
Riassunto delle puntate precedenti
- Non è successo nulla di grave, nulla di grave.
Come recitare un rosario.
Sola sola, quasi sempre al buio, queste parole, la ragazza un po’ pazza, 30 anni portati con bambinesche espressioni, le ripeteva spesso, ogni volta che aveva una delle sue sconcertanti crisi.
Tu, lettore, non sai nulla della sua scatola, come non sai nulla sui valori nutrizionali o tossici del suo contenuto.
Ma fare una carta d’identità di questo personaggio appena incontrato, che se continua a mangiare tonno finirà per diventarlo, non è semplice.
Potresti chiudere gli occhi, immaginarla, questa Azzurra, lunga lunga, bianca bianca, donna nello sguardo e bambina nei colori, con un viso sempre sorridente e un trucco un po’ malinconico.
Potrebbe piacerti il suo avvolgente modo di entrare in contatto con te, morbida come è negli abbracci, e nelle intuizioni, fluida nei movimenti, precisa nelle parole, che escono sottolineate da una voce emotiva, cauta o improvvisa come le onde del mare, quando ti legge, profonda come proveniente da una grotta o frastornante come un canto di festa, quando prova a dirsi.
Azzurra è un insieme di rumore e silenzio.
Adesso vive in una casa casosa, come ripete a tutti i suoi amici con entusiasmo, la osserveresti muoversi lì dentro, in una camera da letto con un grande armadio, in un bel bagno, in una cucina arancione e gialla, con il legno che la fa da padrone un po’ ovunque.
- Il legno mi acquieta…
Ha ridotto al minimo il contenuto delle sue valigie dopo ogni trasloco, si è liberata del superfluo, facendo posto all’ingrandirsi dell’anima e ha preso possesso della sua stanza non più come un carcerato in una prigione, ma come un buddista in un tempio.
Lascia le porte sempre aperte, gusta la sua musica srotolandola come un tappeto fuori dalle sue finestre, adora l’odore del caffè la mattina, all’alba e il lieve chiacchiericcio che quotidianamente la sveglia e la chiama a perdersi in lunghe e potenti fantasie con la ricciola e la maldestra.
Perché Azzurra non è sola nella casa casosa. E di questo ringrazia l’universo ogni singolo giorno di pioggia o di sole.
L’ha voluto insieme alle sue storiche coinquiline, quel nido e tutte e tre se lo puliscono con cura, facendone rifugio caldo e rassicurante.
- Abitarsi come si abita l’anima.
Difficile per te, lettore, andare indietro nel tempo di Azzurra e scoprire quanto importante sia chiamare casa una casa, sentire casa una casa e avvertire nell’aria il profumo di famiglia.
Ma fidati. E sappi attendere. A ogni pezzo di Azzurra, un suo perché.
La città della casa casosa non è importante, potrebbe essere anche la tua - perché, ci hai mai pensato? Le Azzurre abitano il mondo e potresti averne una anche vicino al tuo appartamento - ma dovrai tenere dentro gli occhi questi particolari.
Non c’è il mare.
Ha tetti bellissimi.
Le piazze come laghi.
Azzurra è cresciuta lì.
È una città che ha amato e odiato, ma che le fa da culla morbida.
Le vie per lei non hanno nomi.
- Scusi, sa per caso come si arriva in via dei mille?
- … via dei mille… cioè quel lungo viale alberato dove quel giorno volavo andando a prendere il pane per l’amore mio che…
- ….?....
Le vie, per Azzurra, sono ricordi.
La sua città, dunque è la sua storia.
Mollala la tua storia, quando finalmente hai cominciato a scriverla.
Ecco uno dei motivi per cui non si parte mai.
Sarebbe come seppellire un tesoro scoperto a fatica.
Una storia semplice, vista da un occhio poco attento, quindi, lettore mettiti un buon paio di occhiali sul naso o munisciti di una lente d’ingrandimento, perchè nulla di lei è come sembra.
Ad Azzurra piace l’alba.
Alza le palpebre prestissimo, anche quando non ha nulla da fare, la notte è sveglia solo quando il vivere notturno ha un senso, uno scopo, qualcuno con cui condividerlo.
Perché il giorno è fatto per il “daffare”, la notte è fatta per sognare.
Quindi di giorno, la tua nuova compagna in lettura, fa cose normali.
Laureata da una vita, si barcamena tra orari sfasati di lavori part-time, e adesso è pure disoccupata, letture di libri presi a prestito al mondo di mille biblioteche, il caffè con le coinquiline intorno a rotondi tavoli imbanditi da alimenti per anime, incroci con animali sociali della più svariata natura, stralci di film, assaggi di sigarette ben farcite, scambi intensi con i personaggi più assurdi, per cadere poi nelle coccole dei suoi tesori più cari, gli amici, quelli veri.
E Azzurra ne ha.
Quello che non ha sono spesso i soldi per mangiare.
Quello che non ha sono le certezze di un lavoro sicuro magari un po’ più suo e che non abbia a che fare con le frivolezze del mondo commerciale.
Quello che non ha è un paio di scarpe nuove.
Fa tanta fatica a vivere la pratica delle cose. Capisci che è facile cadere nelle scatole.
Eppure, la sua realtà, caro lettore, non è oggettivamente diversa dalla tua. Forse sono le scelte ad essere state diverse.
Eppure cammina per il mondo con disinvoltura, ti sarà capitato di incontrarla spesso, in una delle sue lunghe e famose passeggiate in pigiama, mentre cerca di tenersi, in qualche modo a bada, per non fuggire altrove.